Cari papà, passato il 19 marzo c'è ben poco da festeggiare

Archiviata la festa, la situazione dei padri italiani è ancora a dir poco precaria, soprattutto dopo la bocciatura della riforma del congedo chiesto dall'opposizione.

Archiviata da qualche giorno la festa del papà, si impone, come si suol dire a bocce ferme, una riflessione di altro tipo sulla figura del padre nella sua accezione più concreta, disgiunta da tutti gli aspetti emotivi e più strettamente poetici della celebrazione.

Il padre che sarà sì “campione”, “numero uno”, “supereroe” nei gadget regalati dai figli il 19 marzo, ma che nella realtà italiana di tutti i giorni resta, colpevole non solo la retorica familiare patriarcale, ma anche – e forse soprattutto – la legge penalizzante a tutt’oggi in vigore, presenza marginale nella vita dei figli piccoli, molto spesso non per sua intenzione.

Al netto di quei padri “da divano”, assenti ingiustificati dalla vita familiare per propria volontà, esistono uomini italiani che i padri vorrebbero farli per davvero: con costanza, con partecipazione, con vero coinvolgimento, ma a cui tale possibilità viene negata da quella che è la normativa attualmente vigente sulla questione, ovvero il Decreto legislativo 151/2001 (Testo unico maternità/paternità) e successivi aggiornamenti (tra cui recepimento delle direttive UE e leggi di bilancio recenti).

Decreto una cui modifica è stata presentata, non più tardi di tre settimane fa, sotto forma di proposta di legge dalle opposizioni alla Camera, con prima firmataria la segretaria Pd, Elly Schlein, trovando il secco “no” del Governo. Ragioni economiche, hanno spiegato dalla Ragioneria generale dello Stato, che nella sua relazione tecnica trasmessa dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali ha parlato di copertura inidonea “in quanto formulata in termini meramente programmatici facendo riferimento alla rimodulazione o alla soppressione di misure indeterminate per far fronte a oneri certi e quantificati».

Rien à faire, dunque: il congedo di paternità resta di 10 giorni lavorativi, 20 in caso di parto gemellare, tra i più bassi in Europa e alla soglia minima rispetto alla direttiva 2019/1158 dell’Unione Europea sul Parental Leave, che stabilisce il termine minimo per i congedi parentali proprio ai 10 giorni.

Un divario abissale rispetto a Paesi come l’Islanda, dove il congedo di paternità è addirittura di 6 mesi, la Spagna, con 112 giorni, ovvero 16 settimane, con il 100% dello stipendio, seguito dalle 15 settimane della Norvegia, o dai 480 giorni condivisi della Svezia. In Francia il congedo di paternità è recentemente aumentato a circa 4 settimane, mentre il Portogallo resta un esempio virtuoso tra i Paesi del Sud Europa, con un congedo dai 20 ai 28 giorni.

Peggio dell’Italia, in Europa, solo la Romania, con 5 giorni base che possono salire a 15 con un corso di puericultura e la Croazia, che tuttavia sta cercando di aggiornarsi rispetto alla direttiva UE.

Fonte: grafico realizzato con AI

L’Aula della Camera di Montecitorio ha bocciato tutti gli articoli della proposta di legge delle opposizioni in materia di congedo paritario tra madre e padre, che avrebbe equiparato il congedo di paternità ai 5 mesi già concessi alle madri, cancellando, di fatto, tutti gli articoli e impedendo quindi al provvedimento di arrivare almeno all’esame degli ordini del giorno né, tantomeno, alla votazione finale.

Come se il quadro non fosse già sufficientemente disarmante, a suggello della posizione del Governo sono arrivate poi le affermazioni, via radio, della Ministra della Famiglia Eugenia Roccella, che ha parlato di differenze “biologiche su cui “non c’è parità che tenga: le donne hanno la gravidanza, il parto, l’allattamento, gli uomini no”.

A maggior ragione, verrebbe da rispondere alla Ministra, sarebbe indispensabile la presenza in pianta stabile del partner subito dopo la nascita del figlio, non una sua comparsata sporadica. Essendo peraltro ormai assodato che quel famoso “villaggio” necessario a crescere un bambino oggi si riduca giust’appunto ai genitori, a malapena ai nonni, per i più fortunati.

Se per la Ministra il lavoro da fare “non è obbligare, ma stimolare un cambiamento anche culturale nella condivisione del lavoro di cura”, val la pena forse evidenziare la complessità di stimolare tale cambiamento, laddove persino le leggi che dovrebbero garantire l’equità genitoriale sono ancora fortemente condizionate da quegli stessi archetipi culturali in cui il sottinteso è che la presenza paterna nella vita di un neonato non sia, tutto sommato, così indispensabile.

Offrire dieci giorni lavorativi ai neopadri significa sostenere che due settimane siano sufficienti agli uomini per “imparare” il ruolo da genitore, prendere confidenza e conoscenza con il neonato, aiutare le compagne non solo in quel benedetto lavoro di cura, ma anche nella ripresa psicofisica del post-partum, prima di tornare al loro compito primario, il lavoro. Una prospettiva che chiaramente è del tutto distaccata dalla realtà e che non tiene conto della difficoltà di imparare a gestire un bambino di pochi giorni, della componente soggettiva del post parto e di tutta una serie di dinamiche e di equilibri che giocoforza devono essere ripensati e riprogettati “a misura di bambino”.

Sarà anche per questo, forse, che ancora 1 padre su 3 non usufruisce del servizio, con solo il 64% che ne ha goduto nel 2024, unitamente alla paura di penalizzazioni o demansionamenti a livello professionale, e con profonde differenze nell’utilizzo tra Nord e Sud e nell’inquadramento professionale, con impiegati e dirigenti che vi fanno ricorso circa un giorno in più rispetto ai lavoratori manuali, ma con una proporzione inversa tra livelli retributivi più elevati e minor uso della misura.

Per farla semplice, è proprio perché ancora culturalmente ancorati a quei modelli di paternità vecchio stampo che allargare ai padri le possibilità di passare più tempo con i propri figli sarebbe dovuto essere il passo necessario, non la soluzione da evitare. Continuare a concedere ai neo papà due settimane risicate (weekend compresi) da passare con il figlio neonato significa disconoscere, a livello normativo in primis, l’importanza di smantellare i cardini del sistema culturale che si poggia sulla dicotomia madre=cura della casa e dei figli e padre=lavoro.

Se non cambia la legge, non può cambiare la cultura del padre presente. Perché non basta la volontà di fare il padre, serve anche una normativa che tuteli tale volontà e la supporti.

E allora, cari papà, anche per voi c’è ben poco da festeggiare.

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