Donatella Hodo, suicida in carcere a 27 anni. Il giudice chiede scusa

La giovane stava scontando una pena per alcuni furti ed era in attesa di poter usufruire di una misura alternativa. Il magistrato che l'ha seguita negli ultimi anni non nasconde il senso di colpa: per lui le prigioni non sarebbero a misura di donna.

Donatella Hodo si è tolta la vita a soli 27 anni nella notte tra l’1 e il 2 agosto 2022 nella cella in cui era rinchiusa nel carcere di Montorio, nel Veronese, inalando gas di scarico da un fornelletto. La giovane, di origine albanese, ma in Italia da circa vent’anni, stava scontando una condanna per una serie di furti e aveva problemi di dipendenza. In un primo momento era stata affidata a una comunità, da cui poi si era allontanata.

A breve avrebbe dovuto, grazie all’interesse mostrato dal suo legale e dai servizi, usufruire con ogni probabilità di una misura alternativa che prevedeva un programma terapeutico sotto sorveglianza del Sert. Lei, però, non ce l’ha fatta ad aspettare e ha optato per il suicidio.

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Tra i più addolorati, oltre al padre, anche il magistrato veronese che aveva seguito il caso, che era riuscito a stringere con lei un rapporto speciale: “Io e il giudice piangevamo tutti e due – ha detto il papà di Donatella al Corriere della Sera Ci sentiamo sconfitti e perdenti, ci siamo chiesti perdono. Avevo i brividi, la mia Donatella mi parlava sempre di questo magistrato come di un secondo padre, diceva che era l’unico ad avere preso a cuore la sua situazione. All’inizio nessuno trovava la forza di parlare, solo lacrime”.

A distanza di giorni dalla tragedia, ora è Vincenzo Semeraro, il giudice di Sorveglianza del Tribunale di Verona che ha scritto una lettera che è stata letta in chiesa durante i funerali di Donatella Hodo, a prendere la parola e a manifestare il suo smarrimento. “Siamo persone prima che giudici – ha detto al quotidiano milanese – E io, come magistrato ma soprattutto come uomo, sento di aver fallito adesso che una ragazza di 27 anni di cui mi occupavo dal 2016, si è tolta la vita in carcere”.

Una tragedia come questa è difficile da accettare per il giudice, che avverte un senso di colpa fortissimo dentro di sé e difficile da scacciare: “Da quando Donatella ha attuato il suo tragico gesto, continuo a pormi mille interrogativi – prosegue il magistrato – Dove ho sbagliato, in che cosa? Ogni volta che una persona detenuta in carcere si toglie la vita, significa che tutto il sistema ha fallito. Nel caso di Donatella, io ero parte del sistema visto che seguivo il suo caso da sei anni. Quindi, come il sistema, anche il sottoscritto ha fallito”.

Impossibile per lui non farsi un esame di coscienza e chiedersi se con azioni diverse la ragazza sarebbe ancora viva: ” Cosa avrei potuto fare di più per questa ragazza? Forse l’ultima volta che sono andato a farle visita nel penitenziario, lo scorso giugno, avrei potuto dirle due parole in più? Perché, nonostante la conoscessi da quando aveva 21 anni, non ho captato che il malessere era divenuto per lei così profondo?”, ha concluso.

A detta dell’uomo, le carceri non sarebbero a misura di donna, per loro andrebbero adottate soluzioni differenti da quelle previste per i detenuti maschi.

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