Se l'amante invia alla moglie tradita i video hot del marito non è "lui che se l'è cercata"

Un ex calciatore è stato vittima di revenge porn da parte dell'ex amante 25enne, che ha inviato i video intimi alla famiglia dell'uomo. Ancora oggi, però, di fronte a quello che è un reato a tutti gli effetti, si levano voci a favore del colpevole in nome di una strana "solidarietà" che legittima il farsi giustizia da soli e che continua a vedere nella vittima il colpevole.

Nei giorni scorsi è stato protagonista delle cronache un altro episodio di revenge porn, questa volta ai danni di un uomo. La vittima è un ex calciatore del Sassuolo, la cui amante ha inviato video intimi dell’uomo alla famiglia di lui a seguito della rottura, avvenuta nell’estate 2019, secondo quanto ricostruito dalla procura di Modena.

La donna venticinquenne, che attualmente vive all’estero, è stata denunciata di revenge porn, come previsto dal Codice Rosso, ma non si è presentata all’udienza preliminare che si sarebbe dovuta svolgere nei giorni scorsi. Al momento la polizia ha provveduto a sequestrare il telefono della donna da cui sono stati i diffusi i filmati.

È purtroppo ormai un termine noto questo, considerati i tristi episodi che la cronaca ci testimonia con sempre maggiore frequenza. Recente, ad esempio, è la storia della maestra d’asilo di Torino, vittima di revenge porn e licenziata dalla scuola presso cui prestava servizio. Un fatto inaccettabile per cui in molti, anche e soprattutto personalità celebri, sono scesi in campo a sostegno della donna e per condannare quella che è purtroppo una pratica molto diffusa nel nostro Paese: la colpevolizzazione delle vittime, specie se queste sono delle donne.

Eppure, nonostante il fenomeno sia ufficialmente identificato con un reato punibile con il carcere, ancora oggi viene spesso relegato dall’informazione come un episodio di vendetta, messo in atto da una parte considerata lesa come una sorta di risarcimento legittimo per le scorrettezze subite. Il termine “vendicarsi” risulta infatti scorretto se usato in questi termini perché allude implicitamente al fatto che la vittima possa essersi in qualche modo meritata questo tipo di trattamento, che è però a tutti gli effetti un crimine e non solo un comportamento sbagliato.

Sicuri che il caso della maestra sia "revenge porn"? Il nome da usare è un altro

La cattiva abitudine di soffermarsi sulle ragioni dietro a un atto criminale, arrivando a imputare parte delle colpe alla stessa vittima, è purtroppo una piaga della mentalità culturale di oggi. Spostare di continuo l’attenzione dal colpevole alla vittima, e ricercare in quest’ultima una parte di responsabilità, provoca una mistificazione della realtà che contribuisce sempre di più a giustificare, o minimizzare, atteggiamenti criminali e a demonizzare la parte lesa.

Non ha fatto eccezione il caso dell’ex calciatore, che pur essendo molto diverso da quello della maestra, ha visto una nutrita schiera di commenti social, per esempio quelli comparsi sulla pagina Facebook di TPI, che confermano questa tendenza ormai consolidata. Anche in questo caso infatti, che ha visto come vittima un uomo, si sono spese sui social le solite parole di accusa nei confronti della parte lesa, ancora una volta riconosciuta come complice. Sono molti i commenti che arrivano a giustificare l’azione dell’amante venticinquenne che, ricordiamo, è a tutti gli effetti un reato.

Il Codice Rosso, infatti, parla chiaro: il revenge porn è un crimine e prevede che chiunque invii, diffonda o renda pubbliche immagini e video sessualmente espliciti senza il consenso delle parti rappresentate può essere punito con la reclusione da uno a sei anni o una multa da 5.000 a 15.00 euro.

Alcune delle utenti social, a commento della notizia pubblicata, si appellano infatti al senso di “solidarietà femminile” per giustificare l’atto di revenge porn:

Si tratta di solidarietà femminile, giusto che la moglie sappia che uomo ha sposato.

Le fa eco un’altra donna:

Non è necessariamente vendetta ma solo un avvertimento perché la moglie ha diritto di saperlo.

C’è poi chi, sempre donna, chiama in causa una sorta di risposta alla solidarietà maschile che vedrebbe gli uomini sempre più compatti e complici in queste situazioni:

A differenza della nostra, c’è solidarietà maschile, eccome! Lo vanno sempre a dire al marito o gli mandano dei video intimi delle loro mogli ma naturalmente non fanno mai notizia a meno che non lo divulghino pubblicamente sui social, chat e siti porno ecc.

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Quello che però è opportuno chiarire è che il reato di revenge porn subito dall’uomo va distinto dal suo tradimento ai danni della moglie. Se per quest’ultimo caso, che non è un reato, può essere comprensibile empatizzare nei confronti della moglie tradita e quindi reputare giusto lo smascheramento della relazione extraconiugale, per il revenge porn non si può fare lo stesso ragionamento. Perché non può esserci giustificazione per la condivisione di materiale intimo senza consenso.

Tra i tanti commenti infatti qualcuno scrive:

Commettere un reato è essere solidali? Sicuramente non sei solidale divulgando un video intimo, privato. Questo è essere miserabili, che sia uomo o donna a farlo. Ci sono altri modi per esprimere solidarietà femminile, non certo questo.

C’è poi chi non può fare a meno di notare una certa differenza con i casi che vedono vittime le donne, nei quali le voci che si levano a favore della vittima sono di certo molto meno:

Positivo che la legge venga applicata; è un gesto veramente meschino. Mi fa pensare un po’ che quando la vittima è un uomo vi sia una levata di scudi generalizzata mentre quando si tratta di una donna va a finire che viene anche licenziata.

Quello che ci auguriamo possa diventare sempre più chiaro è quindi la necessità di identificare l’azione del revenge porn con un atto criminale, imputabile al solo responsabile del gesto, senza soffermarsi sul sesso dei soggetti coinvolti né tantomeno tentare di giustificarne le ragioni, in nome di una sete di vendetta o di una strana concezione di solidarietà.

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