Emergono retroscena terribili dopo l’arresto di Alberto Genovese, manager fondatore di Facile.it (a cui comunque non è più legato dal 2014), accusato di violenza sessuale, lesioni, sequestro di persona e spaccio.

La vittima di Genovese, arrestato nella notte tra il 6 e il 7 novembre mentre, secondo le intercettazioni, progettava di fuggire in Sudamerica con un jet privato, sarebbe una ragazza appena diciottenne, che per ventiquattro ore sarebbe stata letteralmente tenuta in ostaggio dall’uomo, drogata e ripetutamente violentata a Terrazza Sentimento, residenza di Genovese che si affaccia sul Duomo di Milanoperché dovremmo vergognarcene?

Voglio disintossicarmi, perché da 4 anni sono tossicodipendente. Quando mi drogo perdo il controllo e non riconosco il confine tra quello che è legale e quello che non lo è“, sarebbe questa la linea di difesa di Genovese, ascoltato da San Vittore in videoconferenza dal Gip milanese Tommaso Perna, chiamato a convalidare il fermo e a tramutarlo in misura cautelare.

Se questa difesa sarà sufficiente ad alleggerire la posizione di Genovese è un fatto che, ovviamente, dovrà essere discusso e stabilito nelle sedi opportune, mentre a noi spetta solo il dovere di cronaca; che, ancora una volta, non può esimersi dal notare un certo victim blaming nei confronti di chi ha subito lo stupro, un approccio che ormai sembra tristemente consolidato, da parte dei media e dell’opinione pubblica, quando si trattano casi di violenza sessuale e persino di omicidio – la recentissima strage di Carignano docet -.

Dove si è manifestata la colpevolizzazione della vittima? In immagini, ad esempio, come quella criticata anche in questo post, usata dal Corriere per parlare dell’arresto di Genovese.

Immagini di questo genere suggeriscono implicitamente al fruitore delle stesse dove orientare il proprio giudizio morale rispetto alla vicenda, ed è proprio in questa sottocultura della colpevolizzazione della vittima che si insediano quei sentire comuni sintetizzati in quelle frasi ascoltate sin troppe volte:

Sì, lui ha sbagliato, però anche lei… Che ci va a fare alla festa?

E poi, si è pure ubriacata! Te la vai proprio a cercare!

Oltre ai soliti, immancabili commenti, molti dei quali femminili, come questi, pubblicati sulla pagina Facebook del Corriere della Sera:

Fonte: Facebook @ilcorrieredellasera
Fonte: Facebook @ilcorrieredellasera
Fonte: Facebook @ilcorrieredellasera

Il confine tra il badare a se stesse, cercando di tenersi alla larga da situazioni che possono diventare rischiose, la pruderie perbenista di chi, da casa e da lontano, farebbe sempre e sicuramente meglio, e l’essere oggettivamente imputabili di aver concorso, in qualche modo, a creare la propria tragedia è spesso labile, specie nel mondo dei processi a mezzo social, ma lo chiarisce perfettamente la giornalista Francesca Barra.

Sulla festa degli orrori di Alberto Genovese faccio una premessa immediatamente perché ciò che leggo e che purtroppo...

Pubblicato da Francesca Barra su Giovedì 12 novembre 2020
[…] Se le ragazze che hanno accettato l’invito avevano sentito dire qualcosa di ambiguo sul padrone di casa, o sulla tipologia di divertimento, e ci sono andate ugualmente, è un errore.
Se gli invitati e le invitate hanno assunto droghe spontaneamente, poco o tanto non cambia, è stato un errore. E anche di più.
Ma nulla di tutto ciò deve tradursi in un alibi per un uomo che dovrà rispondere delle accuse di violenza sessuale, sequestro di persona, lesioni e cessione di stupefacenti. Così come nessun errore appena citato, peserà quanto la complicità di chi non ha fermato una violenza sessuale. Siamo d’accordo?
Uno stupro, se tale sarà accertato, è uno stupro e va denunciato. Non abbiate paura di essere giudicate, perché potete recidere un cordone di omertà e salvare altre donne.

Per quanto ormai dovremmo essere “collaudati” rispetto all’odiosa prassi della vittimizzazione secondaria – di esempi la storia processuale, italiana e non, ne è piena, dal famoso Processo per stupro di Tina Lagostena Bassi fino alle più recenti domande alle studentesse americane stuprate da due carabinieri a Firenze – ci resta comunque un boccone indigesto da mandar giù il dover prendere atto che, in un caso di violenza sessuale, una donna non sarà mai solo e soltanto una vittima, ma anche, nell’ordine, una provocatrice, un’arrivista, un’ubriaca.

Stupro, quando a Tina Lagostena Bassi dissero "fosse stata a casa non sarebbe successo"

 

Così come ci risulterà sempre complicato, anche nel caso di Genovese, ad esempio, chiedersi come mai i riflettori invece non vengano mai puntati sugli “altri”: su chi sa e tace, ad esempio, anzi persino “collabora” affinché gli stupri si consumino.

Come nel caso del bodyguard del manager, che in quella notte del 10 ottobre, secondo le ricostruzioni in mano agli inquirenti, mentre la diciottenne era preda del delirio di Genovese, avrebbe sbarrato la porta alle amiche della ragazza giunte in suo soccorso, o del domestico che, al sopraggiungere della polizia, allertata dai vicini per i troppi schiamazzi – fra cui l’étoile Roberto Bolle – avrebbe dichiarato che la festa era ormai finita.

Ma ci sono molte, moltissime testimonianze che, dopo l’arresto di Genovese, sono emerse dipingendo un quadro davvero terribile dell’uomo e dei suoi festini, organizzati da Terrazza Sentimento fino a Villa Inferno, residenza bolognese che è al centro di un altro filone di inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Stefano Dambruoso, proprio per un giro di party a base di cocaina in città.

Insomma, perché si continua a focalizzarsi sugli “errori” della vittima, come se questo potesse in qualche modo sminuirne lo status, e si presta invece poca attenzione al fatto che se qualcuno che sapeva avesse parlato prima, probabilmente tutta questa orribile situazione si sarebbe risolta da tempo? Come sempre, l’impressione è che si cerchino i responsabili sbagliati.

Sfogliate la gallery per ricostruire la vicenda di Alberto Genovese.

Alberto Genovese: non spostiamo la colpa sulle vittime (e parliamo dei complici)
Fonte: web
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