Cosa è accaduto davvero a Emanuel Scalabrin, morto in cella a 33 anni?

La tragica vicenda di Emanuel Scalabrin, morto in cella a 33 anni, dopo l'arresto per possesso di droga, si circonda di ulteriori dubbi dopo la testimonianza di Paolo Pelusi, arrestato con lui in quel 4 dicembre 2020.

La tragica vicenda di Emanuel Scalabrin, il 33enne trovato morto nella cella di sicurezza della caserma dei Carabinieri di Albenga lo scorso 5 dicembre, dopo l’arresto per possesso di droga nel pomeriggio precedente, potrebbe aprirsi a nuovi scenari, in seguito alla testimonianza di un altro detenuto, Paolo Pelusi, arrestato con lui, che getta dubbi sulle dinamiche dell’accaduto.
Se inizialmente l’indagine procedeva nei confronti di ignoti, ora potrebbe portare all’iscrizione nel registro degli indagati di alcuni militari che si sono avvicendati nei turni di guardia nelle ore della detenzione del giovane e del successivo decesso.
Al momento, quello che deve chiarire la Procura di Savona, che ha aperto un’inchiesta, è se a uccidere il giovane siano state eventuali percosse o pressioni subite su organi vitali, se ci sia stata omissione di soccorso o se si sia di fronte a una tragedia senza colpevoli.

Come è morto Emanuel

Come riporta La Repubblica Genova, Emanuel Scalabrin viene arrestato alle 12.55 del 4 dicembre con un blitz di quattro carabinieri in borghese nell’appartamento di Ceriale, dove Scalabrin abitava con la compagna e il figlio di nove anni, perché trovato in possesso di cocaina e hashish.

Con lui viene arrestata anche la compagna, Giulia, che riferisce di un arresto violento: l’uomo sarebbe stato bloccato sul letto, ammanettato e immobilizzato tanto da essersi defecato e urinato addosso. La versione dei carabinieri è diversa: Scalabrin si sarebbe ribellato e avrebbe opposto resistenza. I carabinieri parlano di un “arresto complicato”.

Successivamente l’uomo viene portato nella caserma dei Carabinieri di Albenga. Alle 21, Scalabrin accusa un malessere e i carabinieri chiamano la guardia medica, che riscontra tachicardia e pressione alta, consigliando “l’accompagnamento al pronto soccorso per somministrazione metadone e monitoraggio delle condizioni cliniche”.

L’uomo viene portato all’ospedale di Pietra Ligure: il referto riferisce che la visita dura solo tre minuti, dalle 22.59 alle 23.02. Questo sarà uno degli elementi oggetto di approfondimento dell’inchiesta da parte del pm Chiara Venturi.

Scalabrin torna in cella. Verrà ritrovato cadavere la mattina successiva quando, alle 10.30 un militare entra in cella per farlo andare a colloquio con il suo avvocato. Alle 11.20 il medico certifica il decesso. Il referto riporta come possibile causa di morte: “abuso di sostanze, accertamenti da esperire”.

I carabinieri del turno notturno spiegano che durante la notte Scalabrin dormiva “in maniera molto rumorosa”, l’ultimo riscontro dell’uomo in vita è alle 4, quando viene svegliato insieme a Pelusi per andare in bagno.

La testimonianza di Pelusi

Paolo Pelusi, 57 anni, arrestato insieme a Scalabrin, riferisce che nel pomeriggio del 4 dicembre, mentre era stato fatto uscire dalla cella e portato in un’altra stanza sotto sorveglianza di due militari, aveva sentito le grida di Scalabrin. Nell’interrogatorio, durato due ore, dichiara di averlo sentito chiedere aiuto:

Urlava “aiuto, aiuto, basta”, non ho visto cosa gli succedeva ma lui chiedeva aiuto.

Pelusi ha anche aggiunto di essere stato picchiato da un carabiniere che lo avrebbe colpito con un bastone sui fianchi. Al momento l’uomo non ha sporto denuncia, ma i pm savonesi Chiara Venturi ed Elisa Milocco dovranno stabilire se siano state commesse violenze nei suoi confronti da parte dei carabinieri.

Le dichiarazioni di Pelusi gettano dubbi sulla vicenda, che gli stessi famigliari della vittima avevano già avanzato a pochi giorni dal decesso.

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I punti oscuri e la posizione dei famigliari

I famigliari vogliono capire se il decesso dell’uomo può essere legato a possibili percosse subite durante l’arresto o a una mancata assistenza in cella, in seguito al malore da lui avvertito, che aveva richiesto una visita al Pronto Soccorso.

Questo è quello che ha dichiarato la madre di Scalabrin al Tg3 pochi giorni dopo l’accaduto:

Io nella mia vita ho sempre creduto alla giustizia. Però se c’è qualcuno che ha sbagliato, o che sia la giustizia o che sia l’ospedale o che sia il Signore che se l’è portato via, io lo voglio sapere e non voglio accusare nessuno.

Che così continua:

Se mi viene detto che mio figlio è morto di morte naturale, io vengo qui e chiedo scusa, però è nel diritto di una madre sapere perché suo figlio a 33 anni non c’è più.

Su alcune parti del corpo della vittima erano presenti macchie ipostatiche che, come dichiarano gli esperti, non sono di per sé indicative di traumi ma sono gli indicatori di una compressione del corpo. Sono state inoltre utili per definire il possibile orario del decesso, stimato nelle tre ore precedenti il ritrovamento del cadavere.

I punti oscuri secondo la famiglia riguardano il fatto che il giovane non sia stato adeguatamente sorvegliato nonostante avesse avvertito un malore tale da richiederne il traporto in ospedale, e che la sua morte sia stata scoperta per caso tre ore dopo.

Un altro punto saliente riguarda l’assenza del video nella notte. I militari hanno infatti dichiarato di aver controllato Scalabrin di notte attraverso le telecamere di sorveglianza, ma le immagini che avrebbero dovuto registrare non sono rimaste salvate nell’hard disk dedicato, perché di fatto non era presente un hard disk, come ha scoperto un perito incaricato dalla procura.

L’intervento del portavoce di Sinistra Italiana

Come riporta sempre La Repubblica Genova, il portavoce nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, nei giorni successivi alla tragica vicenda, ha annunciato la presentazione di un’interrogazione parlamentare “perché ci sia un contributo pieno alla ricerca della verità”:

Serve sgombrare il campo dai sospetti avanzati dalla famiglia di fronte ad aspetti poco chiari in questa tragedia: dalle fasi dell’arresto, ad una visita medica durata cinque minuti, al fatto che il ritrovamento del corpo sarebbe avvenuto con notevole ritardo, per non parlare del fatto che non esiste la registrazione del video controllo di sorveglianza, perché l’hard disk non c’è più. Troppe stranezze su cui deve fare chiarezza la magistratura, ma anche l’Arma dei Carabinieri deve dare delle risposte. Il nostro Paese non può permettersi ambiguità su vicende di questo genere, c’è assoluta necessità che venga fatta chiarezza.

I primi a sollevare i dubbi sulle circostanze della morte del giovane e a chiedere l’intervento della politica erano stato i membri della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, comunità fondata da Don Gallo:

Le circostanze della morte di Emanuel devono essere chiarite, non si può lasciar cadere il silenzio su questo susseguirsi di violazioni di diritti e incongruenze. A Genova abbiamo appena festeggiato i 50 anni della nostra realtà, e ci sembra incredibile dover denunciare dinamiche frequenti proprio negli anni in cui la comunità è stata fondata. É incredibile che a distanza di 50 anni si possa morire ancora in circostanze così poco chiare, con diritti violati in questo modo, magari sotto lo stigma della dipendenza.

Ecco i dettagli della vicenda nella gallery che segue.

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