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Silvia Romano, dove sei? Un anno dopo il rapimento

È passato un anno da quando Silvia Romano, 23 anni, è stata rapita durante un'attività di volontariato in Kenya. Oggi l'ipotesi più accreditata sul suo destino parla di una prigionia in Somalia.

365 giorni fa scompariva Silvia Romano, 23enne milanese rapita a Chakama, nel sud est del Kenya, mentre prestava volontariato in un orfanotrofio per conto della Onlus Africa Miele.

Silvia, da poco laureata alla Unimed CIELS di Milano, si trovava nel suo alloggio a 80 km da Malindi nella serata tra il 20 e il 21 novembre quando un gruppo di circa 5 individui ha fatto irruzione, sparando alcuni colpi verso i presenti e portandola via. La notizia del rapimento è stata diffusa da Joseph Boinnet, portavoce della polizia locale del Kenya, che ha indicato come probabili autori del gesto i miliziani islamici di Al Shaab, un gruppo attivo nella confinante Somalia.

E proprio a poche ore dal primo anniversario dalla scomparsa della ragazza, c’è chi giura che Silvia sia tuttora ostaggio di un gruppo legato ai jihadisti di Al-Shabaab in terra somala. 14 sono stati gli arresti finora, i presunti complici del rapimento della Romano finiti in manette, ma di lei non si hanno notizie certe da quel giorno.

Per la prima volta ha però parlato, ai microfoni di Tg3 e Rainews24, Lilian Sora, presidente di Africa Milele Onlus, ricostruendo il giorno del rapimento.

Le figure che si occupavano della sicurezza a Chakama in quel periodo erano due masai che si alternavano: Joseph, che era andato a fare attività con Silvia nel pomeriggio, e poi è subentrato John. Chakama era sicura.

Il 20 novembre io e Silvia siamo state al telefono fino circa 20 minuti prima del sequestro per parlare del lavoro. Mezz’ora dopo mi è arrivato un messaggio Whatsapp da Malindi chiedendo di sincerarmi sulle condizioni di Chakama e di Silvia. Ho chiamato subito e mi hanno detto che Silvia era stata presa e portata via, da lì a notte fonda ho capito cosa era successo.

Anche quel giorno Silvia si era occupata delle attività per gli studenti.

C’erano gli esami di maturità a Chakama e, siccome i ragazzi non avevano un pasto, lei lo aveva cucinato insieme a Joseph e poi lo aveva consegnato e avevano pranzato insieme.

Sui suoi canali social Silvia ha postato, fin dall’inizio della sua avventura, diverse immagini della sua attività come volontaria, dove appare sorridente e circondata dai bambini dell’orfanotrofio.

Mi avete insegnato quanto è semplice essere felici. Non smettete mai di diffondere l’enorme energia ed entusiasmo che mi hanno contagiato.

Le didascalie accompagnate alle immagini raccontano di una vocazione sincera e di un genuino desiderio di portare aiuto laddove manca tutto, tranne il sorriso.

Ciò nonostante il web è stato invaso da critiche violente contro la volontaria che ha scientemente deciso di esporsi, secondo l’opinione comune, a un inutile rischio in una zona notoriamente a rischio rapimenti come l’Africa.

Twitter e Facebook hanno dato voce a un’ondata di sgradevoli polemiche, all’epoca del rapimento di Silvia, accompagnate dall’hashtag #SilviaRomano, sulla necessità di aiutare prima gli italiani, oltre a diverse insinuazioni su un eventuale riscontro economico che Silvia avrebbe avuto dalla sua attività di volontaria e sui soldi che saranno forse necessari per riaverla indietro sana e salva. Oltre ai singoli commentatori del web, anche il giudizio di alcune personalità autorevoli come quella Massimo Gramellini sul Corriere è stato criticato perché ritenuto troppo duro nei confronti di Silvia.

Una vicenda che ne richiama altre, come quella di Rossella Urru, rapita nel 2012 in Algeria dove prestava aiuto in un campo profughi o quella di Greta e Vanessa, le giovani volontarie rapite in Siria nel 2015, che manifestano ancora una volta quanto i social possano mettere in luce il peggio delle persone. Come giustamente fa notare qualcuno che si oppone ai commenti di odio, un tempo di fronte alla notizia di un rapimento, l’opinione pubblica avrebbe reagito con preghiere e speranze. Oggi invece si reagisce con astio, rancore e violenza, che non sono mai giustificabili in nessun caso, figuriamoci se rivolti a una persona che stava dedicando le proprie energie ad aiutare gli altri.

E per tenere in piedi tale castello di carte di risentimento, si mettono da parte le normali regole logiche, etiche e morali, appellandosi a compensi che non esistono (e anche esistessero quale sarebbe il problema?) o si rinfacciano eventuali riscatti che la comunità dovrà pagare (dimenticandosi magari di porre l’attenzione su spese enormemente più gigantesche con la stessa enfasi).

Sia chiaro una cosa: Silvia non se l’è cercata. Era preparata, non era la sua prima missione in Africa, la zona non era particolarmente pericolosa. E attribuirle parte della colpa del proprio rapimento, sprofondati nei propri divani, dietro la protezione dei propri schermi, al caldo della propria casa, non rende solo ipocriti e cattivi, non vi rende umani.

Fortunatamente non sono mai mancati anche messaggi di stima e di affetto per ragazze che hanno corso un rischio per aiutare gli altri, a qualunque nazionalità essi appartengano. E non ha fatto eccezione la vicenda di Silvia, che nel maremagnum di critiche e crudeltà troverà ad accoglierla anche una grande ondata di affetto e solidarietà. 

Ripercorriamo la vicenda e alcune delle critiche e dei messaggi di incoraggiamento apparsi sul web.

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