I bambini che muoiono di fame non piangono

La pandemia da Covid-19 sta provocando devastanti effetti collaterali sui Paesi in via di sviluppo, "risvegliando" un problema che sembrava essere quasi del tutto sconfitto: le carestie e la morte di migliaia di bambini.

Dopo anni in cui le statistiche sulla mortalità infantile, le malattie e le carestie nei Paesi in via di sviluppo avevano segnato numeri sempre più bassi, il 2020 rischia di farci fare un balzo indietro epocale, bruciando anni e anni di progressi storici.

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Abdo Sayid, un bambino di 4 anni era così emaciato che pesava solo 4 chili, non piangeva quando è stato portato in un ospedale di recente ad Aden, nello Yemen. Questo perché i bambini che muoiono di fame non piangono e nemmeno si accigliano. Sono invece stranamente calmi, appaiono apatici, spesso inespressivi. Un corpo che sta morendo di fame non spreca energie in lacrime. Indirizza ogni caloria per mantenere in funzione i principali organi.

Una foto straziante che ritrae il piccolo e queste parole che pesano come macigni per descrivere un fenomeno che non riguarda solo la famiglia di Abdo e che potrebbe tornare a essere una piaga del nostro tempo.

Il mondo aveva praticamente sconfitto la carestia nelle zone più povere del mondo, almeno fino al 2020. L’ultima carestia dichiarata dalle autorità delle Nazioni Unite si era registrata in una piccola zona del Sud Sudan per alcuni mesi nel 2017, ma oggi l’ONU avverte che questo fenomeno è destinato a scoppiare in molti Paesi, tra cui Yemen, Sud Sudan, Burkina Faso e Nigeria nord-orientale.

Questo quello che dichiara in merito Mark Lowcock, capo umanitario delle Nazioni Unite:

Le carestie sono tornate. Sarà una macchia orribile per l’umanità per i decenni a venire se diventeremo la generazione che supervisionerà il ritorno di un così terribile flagello. Questo è ancora evitabile.

Il Covid-19 sta avendo infatti ripercussioni pesantissime in questo senso in molti Paesi in via di sviluppo, alcuni dei quali già particolarmente in difficoltà per via di un un’insurrezione nel Burkina Faso settentrionale e nel nord-est della Nigeria, che sta mettendo in ginocchio più aree del Paese. Se fino allo scorso anno, la percentuale dei bambini che muoiono entro i 5 anni di vita diminuiva ogni anno sempre di più, l’UNICEF ci dice che in questo annus horribilis, le statistiche potrebbero registrare un aumento elevatissimo: 10.000 bambini in più che muoiono di fame ogni mese.

A una prima analisi, guardando le statistiche del Coronavirus, potrebbe sembrare che i paesi poveri abbiano schivato un proiettile, considerato che non registrano un’elevata mortalità da Covid-19, soprattutto l’Africa, ma la realtà dei fatti è che gli effetti indiretti di questa tragedia globale sono destinati a essere moltissimi in questi Paesi: la pandemia da Covid-19 in questi luoghi è sostituita da pandemie di fame, malattie e analfabetismo.

Le vittime della pandemia da Covid-19 non sono solo le persone del mondo occidentale colpite dal virus, ma anche i bambini che muoiono di fame a causa delle ripercussioni economiche di questa crisi e adulti che muoiono di AIDS, malaria o tubercolosi perché non riescono a ricevere le medicine a causa dell’isolamento e del blocco del traffico e dei commerci.

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Le Nazioni Unite avvertono anche sugli altri pericoli, non di minore entità, correlati a questa pandemia, tra cui un aumento del fenomeno dei matrimoni infantili – circa 13 milioni in più – e delle mutilazioni genitali femminili – con due milioni di ragazze in più – arrivando anche a sostenere che la riduzione dell’accesso alla contraccezione potrebbe portare a 15 milioni di gravidanze indesiderate. La Banca Mondiale ci dice inoltre che si assisterebbe a un dilagare del fenomeno dell’analfabetismo, un dato che può arrivare a toccare i 72 milioni di bambini.

Analizzando i dati da marzo, mese dello scoppio della pandemia, a settembre, si è visto che sebbene in molti Paesi le restrizioni legate al Covid-19 siano state progressivamente abolite, consentendo la ripresa dell’attività economica, l’insicurezza alimentare – con il conseguente rischio di carestie – è comunque peggiorata in 27 Paesi in via di sviluppo, con 104,6 milioni di persone in difficoltà. Un numero elevatissimo, destinato purtroppo ad aumentare, come sostiene il Senior Food Security Adviser del World Food Programme, Claudia Ah Poe.

Sempre secondo il World Food Programme, nel 2019 il numero di persone che si trovavano ad affrontare livelli simili di insicurezza alimentare in questi 27 Paesi era decisamente inferiore: 97,6 milioni. Siamo quindi di fronte a un fenomeno preoccupante e sempre più dilagante, che deve essere arginato.

Luca Russo, Senior Food Crises Analyst della FAO ribadisce l’urgenza di intervenire prima che scoppi una catastrofe umanitaria di portata universale:

Nel momento in cui si dichiara una carestia è già troppo tardi per agire. Lo abbiamo visto in Somalia nel 2011, quando la carestia è stata dichiarata, già 260.000 persone erano morte. Vogliamo quindi lanciare un allarme prima che la carestia si verifichi.

Gli fa eco Dominique Burgeon, direttore per le emergenze e la resilienza della FAO, che ha chiesto un’azione urgente da parte della comunità internazionale.

Siamo profondamente preoccupati per l’impatto combinato di diverse crisi che stanno erodendo la capacità delle persone di produrre e di accedere al cibo, lasciandole sempre più a rischio della fame più estrema. Abbiamo bisogno di accedere a queste popolazioni per assicurarci che abbiano cibo e i mezzi per produrre cibo e migliorare i loro mezzi di sussistenza per evitare il peggiore dei casi.

Stando a quanto sostiene la direttrice delle Emergenze del World Food Programme Margot van der Velden, il mondo si trova infatti ad una “svolta catastrofica”, con il rischio di carestia in quattro diverse parti del mondo allo stesso tempo.

Tra i Paesi sopracitati, quello maggiormente colpito da questa situazione è lo Yemen, raccontato attraverso la storia del piccolo Abdo e le parole del giornalista del New York Times. Un Paese frantumato dalla guerra e dal malgoverno della fazione Houthi, a cui si sono aggiunte le conseguenze del Coronavirus e un blocco degli aiuti da parte dei Paesi donatori, vessati dalla situazione pandemica.

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A gravare su questa situazione si aggiunge anche la questione vaccini, da cui resteranno esclusi almeno per il primo tempo i Paesi più poveri. Questo quello che dice in merito Richard Kozul-Wright, direttore della divisione Globalizzazione e strategie di sviluppo dell’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development)

È chiaro che i Paesi in via di sviluppo, e soprattutto i Paesi in via di sviluppo più poveri, saranno esclusi per un certo tempo. Nonostante i vaccini debbano essere visti come un bene globale, la fornitura rimane in gran parte sotto il controllo delle grandi aziende farmaceutiche delle economie avanzate.

Questa situazione è principalmente dovuta al fatto che gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali, per volere della lobby delle case farmaceutiche e per logiche di profitto, rifiutano di rinunciare alla proprietà intellettuale dei brevetti dei vaccini, cosa che potrebbe però consentire ai Paesi poveri di produrre versioni dei vaccini a prezzi più accessibili.

La distribuzione asimmetrica dei vaccini sembra quindi destinata a peggiorare una realtà economica già di per sé tragica nei Paesi più poveri, che aumenterà esponenzialmente le disuguaglianze già in atto. Secondo l’Oxford Economics, entro il 2025 i danni economici della pandemia saranno due volte più gravi nei cosiddetti mercati emergenti rispetto ai paesi ricchi. Ma a rimetterci saranno comunque tutti: stando a uno studio della Rand Corporation, se i Paesi più poveri non otterranno i vaccini, l’economia globale perderà 153 miliardi di dollari all’anno.

Questo quello che dice Clare Wenham, esperta di politica sanitaria presso la London School of Economics:

È necessario vaccinare gli operatori sanitari a livello globale in modo da poter riaprire i mercati globali. Se ogni paese del mondo può dire: “Sappiamo che tutte le nostre persone vulnerabili sono vaccinate”, allora possiamo tornare al sistema commerciale capitalista globale molto più velocemente.

Una missione necessaria per fermare quella che potrebbe diventare una piaga mondiale di conseguenze incalcolabili e mettere in crisi anni e anni di progressi dell’umanità.

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