La pandemia ritarda la parità di genere: ci vorranno 135 anni per raggiungerla

Secondo il Global Gender Gap del World Economic Forum per raggiungere la parità di genere ci vorranno ora 135 anni, e non più 99: è il prezzo della pandemia.

A causa della pandemia, per raggiungere la parità di genere saranno necessari 135,6 anni contro i 99,5 precedenti. Lo dice il report Global Gender Gap 2021 del World Economic Forum che ogni anno analizza la situazione riguardo alla disparità tra i sessi in 156 Paesi, prendendo in considerazione quattro diversi fattori: partecipazione e opportunità economica, sviluppo educativo e istruzione, salute e benessere ed empowerment politico

Il Report 2021 ha messo in luce come l’emergenza sanitaria e la conseguente crisi economica abbiano avuto un impatto maggiore sulle donne, andando ad aumentare ulteriormente il divario di genere e cancellando molti dei progressi raggiunti negli ultimi decenni. Sono infatti le donne a pagare il prezzo più caro della pandemia con più alti tassi di disoccupazione e il ruolo, ancora centrale, nella gestione dei carichi domestici, a causa della chiusura delle scuole e dei servizi di assistenza.

A dicembre 2020 101mila persone hanno perso il lavoro, 99mila sono donne

Questo è quanto dichiara  in proposito Saadia Zahidi, Direttrice generale del World Economic Forum

L’impatto della pandemia sulle donne è ancora probabilmente sottovalutato e non è pienamente visibile nei dati disponibili finora, ma le perdite visibili in termini di empowerment politico e partecipazione economica sono preoccupanti ed evidenziano la necessità per i governi e le imprese di impegnarsi nella ripresa con l’obiettivo dell’uguaglianza di genere bene in mente.

La classifica, che premia ancora una volta i Paesi del Nord Europa, con Islanda in testa per il 12esimo anno consecutivo, seguito da Finlandia, Norvegia, Nuova Zelanda e Svezia, vede un miglioramento nel posizionamento del nostro Paese, nonostante le donne, insieme ai giovani, siano state le più penalizzate nello scenario socio-economico generato dalla crisi pandemica. Questo miglioramento – che vede l’Italia salire dalla 76esima posizione alla 63esima – è dovuto principalmente alla partecipazione politica, dove ci posizioniamo al 41esimo posto, grazie soprattutto al governo Conte II, che vedeva una percentuale del 34% fra ministre, viceministre e sottosegretarie.

Se analizziamo la condizione lavorativa e l’opportunità economica, la situazione è decisamente peggiore: l’Italia scivola al 114esimo posto, uno dei risultati peggiori messi a segno dai Paesi europei. Questo è dovuto soprattutto al basso tasso di occupazione femminile – in Italia lavora infatti meno di una donna su due – e all’elevata differenza salariale e di reddito: la media femminile è infatti del 42,8% più bassa rispetto agli uomini, anche laddove le mansioni siano simili, le donne continuano a guadagnare meno (il 46,7%) rispetto ai colleghi maschi. Un altro dato eloquente riguarda il lavoro part-time: siamo al 49,9% delle donne contro il 21,4% degli uomini. Si aggiunge a questo la mancanza di possibilità di carriera: basti pensare che a oggi solo il 28% dei manager sono donne, un risultato tragico che ci fa “conquistare” il penultimo posto in Europa, seguiti solo da Cipro.

Su questo tema, è intervenuto il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, che così si esprime a Il Sole 24 Ore:

Quello sull’occupazione femminile è un dato che con la pandemia è ulteriormente peggiorato, perché sempre più spesso le donne sono state le prime costrette a rimanere a casa e, purtroppo, in molti casi non sono tornate al lavoro. In questo ha molto inciso anche il divario salariale.

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In generale, sul fronte lavoro la situazione non è rosea a livello globale: è stato stimato che per raggiungere la parità di genere in ambito lavorativo gli anni necessari salgono a 267,6.

Dal punto di vista dell’istruzione, l’Italia raggiunge un risultato maggiormente dignitoso, collocandosi al 57esimo posto, anche se è ancora molta la strada da fare per raggiungere la parità di genere nei corsi di studio che garantiscono un più alto tasso di occupazione, come le materie STEM – scienza tecnologia, ingegneria e matematica – da cui attualmente proviene solo il 15,7% delle laureate donne, che sono circa la metà dei maschi (33,9%).

Anche Elena Bonetti, ministra della Famiglia e le pari opportunità, ha ribadito l’urgenza di politiche economiche fondate sull’emopowerment e il protagonismo delle donne. In quest’ottica si muove il G20 EMPOWER, uno dei tavoli tematici più importanti del G20, alla cui direzione Bonetti ha designato la Presidente di Valore D, Paola Mascaro: un appuntamento centrale per definire nuove strategie economico-politiche finalizzate a favorire un avanzamento della leadership femminile, da sottoporre all’attenzione dei Leader del G20, perché, come dichiara Mascaro, il tema dell’uguaglianza di genere “diventi una priorità e venga affrontato con misure concrete che accelerino il cambiamento e la transizione verso una maggiore inclusione e valorizzazione dei talenti femminili nel mondo”.

Mascaro ribadisce quanto questo obiettivo non solo rappresenti un tema di giustizia, ma diventi anche imprescindibile per favorire un aumento del PIL globale. Secondo una recente ricerca di McKinsey&Company, se tutti i Paesi raggiungessero la parità di genere si otterrebbe una crescita totale del PIL pari a 12 trilioni di dollari.

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Diventa però essenziale che i governi e i leader si impegnino ad adottare sempre di più politiche economiche che facciano della parità di genere un obiettivo imprescindibile e un focus centrale, per creare luoghi di lavoro maggiormente inclusivi che tutelino le donne e le loro carriere, anche e soprattutto grazie a un efficace e solido sistema di infrastrutture e servizi di assistenza, perché, come ci mostrano i dati del Report, laddove questo succede – prima di tutto nell’Europa del Nord che occupa i primi posti della classifica – l’occupazione femminile è più alta.

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