Se il problema della politica italiana sono le scarpe da 1000 euro di Silvia Salis

In ragione delle scarpe indossate, o per meglio dire "ostentate", secondo qualcuno, quindi, ecco che Salis non può più di default definirsi "di sinistra": perché la sinistra è storicamente dalla parte degli ultimi, dei poveri, dei meno abbienti. Di quelli che, in buona sostanza, un paio di scarpe prestigiose non se le può permettere forse in una vita intera.

Se, per citare Giulio Andreotti, è vero che il potere logora chi non ce l’ha, quando si parla di donne in una posizione di comando o comunque gerarchicamente elevata il logoramento si trasforma in giudizio (e pregiudizio) su ogni fronte: delle donne che “ricoprono un ruolo” viene indagato il lato estetico, il curriculum, talvolta persino la sfera intima e, perché no, quella sessuale, con una perizia chirurgica che appartiene a un sistematico quanto avvilente gioco allo sminuimento, purtroppo spesso ancora fruttuoso.

Non è un caso che inglesismi come glass ceiling, sticky floor o glass cliff siano entrati a far parte del linguaggio comune in tutte le dissertazioni sociologiche sui bias di genere e, benché qualcuno prontamente rimarchi con un certo risentimento che “il patriarcato è morto” e che “le femministe sono tutte estremiste esagitate”, dati e cronaca ci raccontano l’esatto opposto, restituendoci il quadro di un contesto socio-culturale in cui, limitandoci all’ambito lavorativo (che è quello che ci interessa in questo frangente), delle donne poco importano le competenze, gli studi o la preparazione, ci sarà sempre qualcuno che, spacciandola per goliardia maschia o chiacchiera da bar, ne metterà in dubbio il diritto e la legittimità a occupare quel posto, quella carica o quel ruolo.

Discorsi fatti e rifatti, d’accordo; se è ormai assodato che nessuno sognerebbe di dire a un ipotetico politico a caso “Signor X, lei è più bello che intelligente”, come fece Silvio Berlusconi con la parlamentare Rosy Bindi nell’ormai famoso scontro telefonico a Porta a Porta, è altrettanto palese come il doppiopesismo di genere sia pratica usuale e, perché no, persino ben tollerata nell’ambiente lavorativo in generale, compreso quello della politica.

Negli anni abbiamo letto e scritto di insulti di vario genere verso le componenti femminili in politica senza distinzione di appartenenza di partito: ci sono stati ripetuti insulti alla ex Presidente della Camera Laura Boldrini come pure all’attuale Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il più delle volte di natura spiccatamente sessista e sessuale; ma a quanto pare anche il giudizio (o pregiudizio) ha degli upgrade, che portano a non finire più nel mirino della critica per aspetto estetico, gavetta o background, ma per le scarpe che si indossano.

La sindaca di Genova eletta nel 2025, Silvia Salis, recentemente intervistata da Bloomberg ha dichiarato che non direbbe “no” se le proponessero di guidare la coalizione di centrosinistra alle prossime elezioni del 2027: “Se mi chiedessero di candidarmi contro Giorgia Meloni? Sarebbe una bugia dire che non lo prenderei in considerazione. Quest’attenzione nazionale mi lusinga”, sono state le sue parole. Peccato che non siano state le dichiarazioni pubbliche sulle ambizioni a leader della sinistra a fomentare il dibattito, quanto una foto in cui la prima cittadina genovese compare, in un momento di relax, senza scarpe.

Ad attirare l’attenzione – e le critiche – sono state proprio le calzature indossate da Salis, un paio di Manolo Blahnik da oltre 1000 euro.

Le ha usate per rispolverare la vecchia (e francamente ormai stantia) retorica dei “comunisti col Rolex” il senatore di Fratelli d’Italia Franco Zaffini, che ha descritto Salis come “La sinistra, della corrente ‘capalbiana’ con caviale e champagne”, dileggiando ironicamente la sindaca ligure: “Difenderemo gli ultimi! Saliremo sulle barricate proletarie e antifa, calzando scarpette Manolo Blahnik!”

Le hanno notate in tanti, tantissimi, quelle calzature rese iconiche da Carrie Bradshaw in Sex & the city, dai creator digitali Massimo Greco, che la definisce “un’altra ‘povera’ radical chic'” e Giovanni La Croce, fino alle pagine social delle sezioni locali del partito guidato da Meloni.

Ora, diciamoci la verità: quante volte, negli anni, abbiamo “fatto le pulci”agli outfit di qualche esponente politico? Qualcuno si è mai preoccupato di sapere quanto costassero le calzature indossate da Giuseppe Conte? O quanto Renato Brunetta potesse pagare le sue cravatte?

Non ci risulta che qualcuno si sia mai chiesto se Matteo Salvini si faccia fare gli abiti su misura, né abbia chiesto il brand dei completi di Matteo Renzi. Al cospetto delle scarpe di Silvia Salis, invece, d’improvviso degli insospettabili si sono sorprendentemente riscoperti dei grandi intenditori di luxury shoes, indagando con estrema minuziosità modello, costo e dettagli, per farne la bandiera della logica secondo cui l’abito, a dispetto del famoso modo di dire, farebbe effettivamente il monaco.

In ragione delle scarpe indossate, o per meglio dire “ostentate”, secondo qualcuno, quindi, ecco che Salis non può più di default definirsi “di sinistra”: perché la sinistra è storicamente dalla parte degli ultimi, dei poveri, dei meno abbienti. Di quelli che, in buona sostanza, un paio di scarpe prestigiose non se le può permettere forse in una vita intera.

Insomma, secondo questa prospettiva, francamente quasi estremista nella dicotomia serrata e integralista, oltre che vagamente anacronistica, che propone, una donna che si definisca di sinistra non può scegliere per sé abiti o accessori di lusso, figuriamoci essere ricca, per nascita o per merito.

Ma questo significa banalizzare la tematica e ridurre il tutto a una dualità fin troppo semplicistica, che forse andava bene in altri tempi e contesti, quella per cui la “destra” rappresentava gli imprenditori, gli industriali e, in generale, gli alto borghesi mentre la “sinistra” era la parte politica più vicina ai proletari. Oggi questi concetti devono essere giocoforza ripensati, e adattati a un tipo di società diversa, altamente performativa, sicuramente più debole e ricettiva al potere dell’immagine, ma in cui il conto in banca di una persona, o il suo guardaroba, non possono e non devono essere considerati specchio dei suoi ideali.

Insomma, si può essere dalla parte degli oppressi pure calzando Manolo Blahnik, senza che questo intacchi necessariamente la credibilità del messaggio di cui si intende farsi portatori o portatrici; così come, sul versante opposto, si può avere uno stipendio da metalmeccanico e ritrovarsi affini ai valori diffusi dalle correnti di destra.

Se vale, ed è perfettamente normale, l’una, deve essere accettato anche il contrario. Prima di abusare delle parole, occorre fare un distinguo, apparentemente scontato ma necessario, fra chi radical chic lo è nel senso stretto del termine così come coniato da Tom Wolfe nel 1970, ovvero per moda od opportunità, da chi ha semplicemente un tenore di vita agiato ma si sente vicino, per ideali, filosofia o linea di pensiero, alle tematiche “di sinistra”. Non si può pretendere da chi nasce benestante di non essere di sinistra in ragione del contesto di nascita, ça va sans dire.

Se essere poveri non è una colpa, neppure essere ricchi lo è. Specie quando si tratta di scegliere gli ideali di cui farsi bandiera. E se davvero è sufficiente un paio di scarpe per mettere in discussione l’autorevolezza di una donna che fa politica – fermo restando che non faremmo mai lo scanner alle calzature di un politico -, è probabile che si debba riconsiderare l’ordine gerarchico delle cose a cui dare importanza nelle valutazioni di un operato.

Da ultimo, a chi, tornando sul fronte dei bias di genere, fa notare che nessun politico si sognerebbe mai di farsi immortalare in una posa rilassata, senza scarpe, va detto che non occorre scavare troppo indietro con la memoria per ricordare le tante immagini di Umberto Bossi in canottiera, la copertina di Oggi in cui Matteo Salvini si è fatto immortalare a torso nudo con la sola cravatta verde o, per andare all’estero, Vladimir Putin ritratto mentre, sempre a torso nudo, va a cavallo. Se queste immagini sono servite a validare un certo tipo di comunicazione da parte degli uomini che le hanno proposte – generalmente associate a virilità e forza, un po’ come faceva Mussolini quando si lasciava ritrattare allo stesso modo dei sopracitati -, non si capisce perché tali artifici comunicativi, pur se con finalità diverse, non possano essere concessi a Salis.

Che non si trasformerà certo nella Carrie Bradshaw della politica italiana per un paio di scarpe. Neppure se firmate Manolo Blahnik.

La discussione continua nel gruppo privato!
Seguici anche su Google News!