Primo storico sì per il suicidio assistito in Italia: Mario (nome di fantasia), tetraplegico marchigiano di 43 anni, potrà accedervi liberamente.

Sono stati necessari 14 mesi, due ricorsi giudiziari e una diffida a due ministri della Repubblica, ma alla fine il Comitato etico della regione Marche, su ordine del Tribunale di Ancona, ha dato il via libera all’uomo, seguendo quanto disposto dalla Corte Costituzionale nella sentenza Cappato/dj Fabo del 2019.

Secondo il comitato il caso di Mario presentava i quattro parametri richiesti dalla Consulta:

  • essere tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale.
  • essere affetti da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili.
  • essere pienamente capaci di prendere decisioni libere e consapevoli.
  • non avere intenzione di avvalersi di altri trattamenti sanitari per il dolore e la sedazione profonda.
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Pur di ottenere il suo scopo, Mario a fine agosto aveva denunciato l’Azienda sanitaria regionale (Asur) per omissione d’atti d’ufficio, e aveva messo in mora i ministri di Salute e Giustizia, Roberto Speranza e Marta Cartabia, chiedendo loro di “ripristinare la legalità violata”.

Nel 2010 l’uomo è stato vittima di un grave incidente stradale, che gli ha causato la frattura della colonna vertebrale e la lesione del midollo spinale; il 20 febbraio scorso aveva raccontato la sua storia al Consiglio generale dell’Associazione Coscioni, come riporta Il Fatto Quotidiano:

Non riesco a muovere più nessuna parte del mio corpo. Per ogni piccola azione come lavarmi i denti, farmi la barba, mangiare, bere, lavarmi, vestirmi, ho bisogno di qualcun altro. Spesso sono costretto a legarmi sul letto per evitare di cadere a causa delle contrazioni. In questi dieci anni non mi sono mai pianto addosso, ho tentato la riabilitazione in tantissimi centri per riottenere un po’ di autonomia, ma nulla è servito. E ora mi ritrovo a vivere una vita che non è più vita, ma pura sopravvivenza.

Poteva scegliere di partire per la Svizzera, come è stato costretto a fare dj Fabo, ma Mario ha invece deciso di restare in Italia e lottare affinché l’azienda sanitaria locale verificasse le sue condizioni e riconoscesse che rientravano nei parametri richiesti per poter accedere al farmaco per il suicidio assistito.

Da lì è cominciato un calvario lungo oltre un anno, perché inizialmente l’Asur ha rifiutato la richiesta, adducendo come giustificazione l’inattività del Parlamento rispetto alla legge sull’eutanasia, impantanata da tempo; già in quell’occasione Mario, sostenuto dall’Associazione Coscioni, ha fatto ricorso al Tribunale monocratico di Ancona chiedendo che, dopo gli accertamenti previsti, gli fosse prescritto il Triopentone sodico, farmaco letale che potesse porre fine alla sua vita “secondo una modalità rapida, efficace e non dolorosa”.

Pur riconoscendo la sussistenza dei presupposti dettati dalla Consulta, la giudice tuttavia bloccò il ricorso, sostenendo che la Corte Costituzionale non comprendesse “anche il diritto del paziente, ove ricorrano tali ipotesi, a ottenere la collaborazione dei sanitari nell’attuare la sua decisione”, e considerando quindi ammissibile il rifiuto dei medici di accertare le condizioni del paziente.

Mario ha impugnato la sentenza presentandola allo stesso Tribunale, stavolta in composizione collegiale, che ha effettivamente ribaltato la precedente decisione: i giudici scrivono che l’uomo

ha il diritto di pretendere dall’Asur Marche l’accertamento, con riferimento al caso di specie, della sussistenza dei presupposti […] ai fini della non punibilità di un aiuto al suicidio praticato in suo favore da un soggetto terzo” e “la verifica sull’effettiva idoneità ed efficacia della modalità, della metodica e del farmaco prescelti dall’istante per assicurarsi la morte più rapida, indolore e dignitosa possibile.

Il collegio fa riferimento in particolare a un passaggio della sentenza della Consulta, in cui si legge che “la verifica delle condizioni che rendono legittimo l’aiuto al suicidio deve restare affidata – in attesa della declinazione che potrà darne il Legislatore – a strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale”.

Proprio grazie a questa sentenza il Comitato etico ha dato il via libera alla possibilità, per Mario, di accedere al suicidio assistito; un percorso che Marco Cappato ha definito “tortuoso”, a causa della “paralisi del Parlamento, che ancora dopo tre anni dalla richiesta della Corte costituzionale non riesce a votare nemmeno una legge che definisca le procedure di applicazione della sentenza della Corte stessa. Il risultato di questo scaricabarile istituzionale è che persone come Mario sono costrette a sostenere persino un calvario giudiziario, in aggiunta a quello fisico e psicologico dovuto dalla propria condizione. Per avere regole chiare sarà necessario l’intervento del popolo italiano, con il referendum che depenalizza parzialmente il reato di omicidio del consenziente”.

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