Poter disporre liberamente del nostro corpo non significa solo poter decidere se, come e quando avere figli, come vestirsi (o come non farlo) e, più in generale, come far muovere quel corpo nel mondo. Significa anche poter decidere come e quando aiutare quel corpo a morire. L’ostruzionismo al suicidio assistito, però, continua a negare questa libertà a tantissime persone che vorrebbero poter decidere della propria vita – e della propria morte – in coscienza e libertà.

Come “Antonio”, un paziente marchigiano 44enne tetraplegico dal 2014, che possiede tutte le condizioni stabilite dalla Corte costituzionale per accedere al suicidio medicalmente assistito eppure non riesce a ottenere quello che gli spetterebbe di diritto: andarsene da questo mondo con dignità.

Eutanasia: perché la scelgono o la sceglierebbero soprattutto le donne colte

In Italia, infatti, non esiste una legge che disciplini l’eutanasia o il suicidio assistito, ma la sentenza della Corte Costituzionale sul caso di Dj Fabo (242/2019), stabilisce che il suicidio assistito non è punibile a patto che vengano rispettati i seguenti requisiti:

  • quando una persona è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale (quali, ad esempio, l’idratazione e l’alimentazione artificiale);
  • quando una persona ha una patologia irreversibile, che causa sofferenze fisiche e psicologiche;
  • quando è capace di intendere e di volere, e quindi di prendere decisioni consapevoli e libere.

Tutti requisiti che “Antonio” ha, ma che per la Commissione Medica e il Comitato Etico della Regione Marche non bastano per assicurargli il diritto garantito dalla Consulta.

A denunciare l’ennesimo caso di ostruzionismo da parte delle istituzioni sanitare – in questo caso quelle della Regione Marche, già note alle cronache per la situazione critica del diritto all’aborto e per casi analoghi di violazione del diritto al suicidio assistito – è l’Associazione Luca Coscioni, che in un post su Instagram spiega:

I tentativi di ostruzionismo non si fermano: la relazione della Commissione medica è poi passata al Comitato etico, chiamato ad esprimersi sulla completezza delle verifiche effettuate.

Il Comitato prende atto che “Antonio” possiede le condizioni previste dalla sentenza Cappato-Antoniani, incluso quello relativo alla scelta consapevole del malato, ma fornisce un parere negativo ritenendo opportuno tentare di rafforzare l’assistenza e le cure palliative.

Tale parere, non vincolante, non tiene conto della sua volontà, che ha ribadito in sede di verifica delle condizioni, ovvero la sua volontà di procedere con la morte assistita.

Filomena Gallo, avvocata cassazionista e Segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, ha spiegato che la Commissione medica avrebbe potuto fornire indicazioni sul farmaco e sulle modalità di auto somministrazione, così da permettere ad “Antonio” di realizzare il suo proposito, ma ha preferito demandare questi aspetti allo stesso Antonio, impedendogli di fatto di poter accedere al suicidio assistito.

“Aiutateci a morire come Fabiano Antoniani”, l’appello di 900 italiani

La richiesta era stata inviata il 2 ottobre del 2020. Nei quasi due anni che sono serviti per avere la risposta, Antonio ha presentato due diffide e due denunce ed ha ottenuto un’ordinanza del tribunale di Fermo che ha obbligato l’Azienda sanitaria a procedere alla verifica delle condizioni e all’individuazione delle modalità di autosomministrazione del farmaco. Valutazioni che si sono concluse in aprile, senza che nei successivi due mesi l’Azienda sanitaria comunicasse l’esito ad “Antonio”.

Di nuovo, si ripete quanto era già successo a Federico “Mario” Carboni – il primo italiano a richiedere e ottenere il suicidio assistito, che ricevette il parere sulle modalità solo a seguito di una diffida legale – e a Fabio Ridolfi, che non ha mai ricevuto la relazione e ha potuto andarsene solo dopo ore di attesa con l’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale e la sedazione profonda e continua e non, come avrebbe voluto, con il suicidio assistito.

“Antonio”, riporta il post dell’Associazione, ha commentato così la notizia:

Questa attesa è molto lunga. È chiaro che ho i requisiti ma manca la parte di parere sul farmaco, che poi è uguale per tutti. Sembrano pretesti per prendere tempo contro la mia volontà che invece è ferma, mi propongono assistenza come se fossi un bambino da convincere, per quale motivo? Sono capace di autodeterminarmi, ho ben presente la mia realtà, non mi mancano assistenza, affetti, cura. Farò prima se vado in Svizzera, sto valutando di riaprire la pratica iniziata. Spero sinceramente però che arrivi presto il parere sulla procedura per prendere le mie decisioni. Quando il mio amico Federico il 16 giugno ci ha lasciati avevo pensato che avrei potuto presto smettere di soffrire e invece sono ancora qui ad attendere i comodi degli altri.

 

 

La discussione continua nel gruppo privato!
Seguici anche su Google News!