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“Mi ucciderà“: quel documentario girato da Avicii che sembra una profezia

Il 28 dicembre su Netflix arriverà "Avicii: True Stories", un docufilm che ripercorre gli ultimi 4 anni di vita del dj morto suicida ad aprile del 2018, e che getta una nuova luce sui suoi demoni, tanti, e le sue debolezze.

Mi ucciderà.

Parlava così di quella vita frenetica fra voli, tournée, interviste, Tim Bergling, conosciuto dal mondo come Avicii, il dj svedese ritrovato morto in una stanza d’albergo nell’Oman ad aprile del 2018.

I suoi ultimi quattro anni di vita, fino all’epilogo più tragico, sono raccolti e raccontati in Avicii: True Stories, documentario che debutterà su Netflix negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia il 28 dicembre (qui il trailer).

A girarlo Levan Tsikurishvili, regista e amico del dj, che a proposito della sua tragica fine ha dichiarato al Guardian

Ho questa sensazione di irrealtà. Sono ancora sotto shock. Non riesco a spiegarmelo.

In realtà, a un occhio critico – e naturalmente disponendo del senno di poi – il suo film offre un numero sorprendente di indizi su quello che era lo stato d’animo di Tim. Nelle riprese infatti il dj ripete spesso quanto è stanco, ansioso e malato. “Non c’è mai stata fine agli spettacoli, anche quando ho colpito un muro. La mia vita è tutta sotto stress”.

Anche alcuni amici, nel documentario, denunciano i cambiamenti di Avicii, definendolo “un guscio di quello che era”, o “una bomba a orologeria”. 

Anche se il momento topico, nel documentario, si raggiunge quando Avicii, chiedendo chiaramente di continuare a riprendere, dice : “Mi ucciderà”. Il riferimento è proprio a quello stile di vita troppo esasperato e frenetico.

Insomma, il sospetto che potesse scoppiare, prima o poi, c’era, ma naturalmente parlare adesso, conoscendo la fine del ragazzo, è facile.

Anche perché Avicii in effetti aveva fatto qualcosa a riguardo, come quando sul finire del 2016 ha licenziato il suo manager e ha deciso di ritirarsi. Quello, nel documentario, è il lieto fine, che culmina con la scena di un abbronzato Avicii su una spiaggia tranquilla in Madagascar, intento a progettare un futuro meno stressante, limitato a produrre solo musica in studio.

Tsikurishvili, adesso, ha però dovuto ammettere che quel finale ora sembra incredibilmente falso. Forse anche per questo è stato accolto tiepidamente nei cinema scandinavi e in alcuni teatri statunitensi; in fondo, a chi importa della vita magnifica di un dj che decide di ritirarsi per troppo stress? Poi, però, solo sei mesi dopo il primo rilascio del docufilm, l’inatteso epilogo, in seguito al quale si è parlato anche di ritiro del film da parte di Netflix. In realtà, Tsikurishvili ha anche risposto a chi ha lamentato di non aver trovato il “finale vero” all’interno del film, e che quindi le riprese fossero state opportunamente tagliate per evitare di arrivare fino al suicidio del dj; l’amico regista ha spiegato che il film non avrebbe mai dovuto avere una versione più ampia. “Quello che è successo è che le persone hanno provato a guardare il film negli Stati Uniti e nel Regno Unito e non sono riusciti a trovare la fine che sapevano, la morte di Avicii. Quindi, hanno iniziato a dire che la storia era stata tagliata. ”

Tsikurishvili stesso adesso ammette di vedere il film “in un modo molto diverso. Guardandolo, ho sentito tutto quello che si può immaginare. È stata un’esperienza molto emozionante.”

L’incontro con Avicii

Il regista ha incontrato per la prima volta Tim Bergling sei anni fa a cena nella loro città natale, Stoccolma. Il dj ha chiesto al regista di dirigere un documentario su un progetto di beneficenza da lui avviato, grazie a cui è stato donato un milione di dollari da destinare ai programma contro la fame, in Africa; nel film, Avicii ha ripercorso gran parte della sua vita, dai suoi vent’anni, quando dall’essere ospitato a casa di amici e dal dormire sui loro divani si è trovato a essere improvvisamente una stella della dance, fino all’incontro con il suo manager all’epoca, Ash Pournouri; poi i primi problemi, venuti a galla fin dal 2012, gli undici giorni di ricovero in ospedale a New York a causa di una pancreatite acuta, causata da abuso di alcool, l’intervento in Australia nel 2014 per rimuovere la sua appendice e la cistifellea, dopo un altro attacco della malattia. Nel film, Avicii parla del perché ha cominciato a bere. “Se non lo faccio divento sempre più nervoso prima degli spettacoli”.

All’abuso di alcol di Avicii si è aggiunta poi la dipendenza da oppiacei come il Percocet o il Gabapentin, prescritti dai medici, e l’incapacità di seguire i suoi affari, tutti affidati al manager.

Non ho avuto il tempo di pensare a quello che volevo davvero fare – dice – Ho solo seguito il flusso. Stavo correndo dietro una felicità ideale che non era la mia.

Ed è lo stesso manager, nel film, ad ammettere che “Tim sta per morire, con tutte le interviste, i tour radiofonici e il gioco. Cadrà morto”. Pournouri, peraltro, ha rifiutato un’intervista con il Guardian per parlare del documentario.

Al di là dei ritmi di vita stressanti, sembra che Avicii abbia sofferto di una sorta di ansia sociale, che è stata notevolmente esacerbata dal successo. “Non penso che sapesse cosa ci vuole per avere successo come lo ha avuto lui – ha spiegato l’amico regista – Non è mai stato a suo agio al centro dell’attenzione. Ha sentito che la celebrità è qualcosa che gli esseri umani hanno inventato. Non è niente di reale.”

Perché ha voluto questo documentario

Sul perché Avicii abbia voluto fortemente questo documentario, si possono solo fare congetture, come lo stesso Tsikurishvili spiega:  “Tutti noi, in un modo o nell’altro, vogliamo condividere le nostre storie su chi siamo e da dove veniamo. Tim era una persona così onesta. Era così onesto con se stesso”.

L’ultima cosa che gli ha detto Avicii, quando si sono incontrati nel dicembre 2017, ha poi rivelato, è che pensava che il film fosse grandioso.

Forse non immaginava che le sue parole sarebbero state profetiche, o forse sì; di certo, il documentario sulla sua vita getta una luce nuova, e diversa, sui demoni di un ragazzo forse fin troppo semplice per gestire onori e oneri del successo.

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