Madri che uccidono, padri che uccidono. Il figlicidio visto con la lente del genere

In Italia, il figlicida è il padre nel 64,2% dei casi. La madre però è quasi sempre l'infanticida nel primo anno di vita del neonato. Invocare la mostruosità del genitore che uccide, soprattutto quando è la madre, può essere rassicurante, ma non serve a comprendere un fenomeno molto più complesso, che potrebbe addirittura aumentare nei prossimi anni, e se è possibile prevenirlo. E poi c'è la domanda da cui ogni genitore rifugge: «Potrebbe succedere anche a me?». Rispondere può essere spaventoso, quanto necessario.

«Mia figlia è un mostro», scrive sui social e dichiara alla stampa la madre di Alessia Pifferi. L’opinione pubblica concorda: solo un mostro può abbandonare una bambina di 18 mesi per giorni, causandone la morte per stenti. Diana Pifferi, del resto, è morta poche settimane dopo un’altra bambina, Elena del Pozzo, accoltellata a morte a soli 5 anni dalla madre Martina Patti, descritta a sua volta come mostruosa e contro-natura. Questi due figlicidi, però, non sono l’anomalia di un’estate maledetta.

A dirlo sono i dati Eures aggiornati: in Italia, dal 2010 a oggi, sono stati 268 gli omicidi di figli da parte di un genitore; una media di quasi uno ogni due settimane. Il frazionamento per fascia d’età delle vittime ci avvisa, inoltre, che 149 bambini uccisi (cioè il 55,6%) avevano meno di 12 anni. Nel dettaglio: il 39,7%, ovvero 106 delle vittime, aveva tra gli 0 e i 5 anni, e il 16,2% (quindi 43 bambini e bambine) tra i 6 e gli 11 anni.

Ragionare su un tema così doloroso e controverso ora che anche la morte atroce di Diana Pifferi sta lasciando il posto d’onore detenuto per qualche giorno nelle cronache e nella pancia emotiva del Paese, ha un doppio scopo. Il primo: tentare un’analisi meno impulsiva e più informata, per quanto non esaustiva, sul figlicidio (obiettivo che richiede il tempo dello studio, incompatibile con quello dell’indignazione e dei trending topic). Il secondo: contestualizzare il tema all’interno delle dinamiche socio-economiche e culturali per comprendere cause, sintomi e interrogare le possibilità di prevenzione del fenomeno.

La differenza tra infanticidio e figlicidio

Vastità e complessità del tema suggeriscono una trattazione per punti, in cui è importante partire dalla terminologia.
Secondo Di Blasio:

In criminologia si suole distinguere tra: il neonaticidio, che ricorre nell’immediatezza della nascita; l’infanticidio, che è l’uccisione del bimbo entro l’anno di vita; il figlicidio o liberticidio, che ricorre quando la vittima ha più di un anno. Il termine figlicidio, tradizionalmente, nella cultura giuridica, indica l’uccisione del figlio da parte di un genitore, sia esso padre o madre [¹].

Per il nostro e per altri ordinamenti, codificare l’infanticidio come atto attribuibile alla sola madre all’interno di un preciso lasso di tempo è fondamentale per disciplinare eventuali attenuanti in sede giuridica. In Italia, infatti, l’art. 578 del codice penale italiano, rubricato Infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale, sancisce che: «La madre che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto, quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con la reclusione da quattro a dodici anni […]»². Allo stesso modo, dal 1938 l’Infanticide Act consente alle madri inglesi di essere accusate di omicidio colposo, e non doloso, se si evidenzia che l’infanticidio è avvenuto in uno stato mentale alterato per gli effetti del parto.

Di infanticidio però, urge ricordarlo, a livello giuridico si parla esclusivamente entro il primo anno di vita del bambino. È quindi importante ampliare l’analisi al figlicidio, inteso come termine ombrello delle possibili tipologie di omicidio di un figlio. Scandagliare la differenza di genere riguardo al tema, lo vedremo, non è pretestuoso bensì necessario.

Uccidono più le madri o i padri?

In Italia, il figlicida è il padre nel 64,2% dei casi.
Il dato è importante per decostruire la narrazione della madre mostruosa e contro natura che infiamma l’opinione pubblica, molto più di quanto non avvenga quando è il padre a uccidere. Usare però il triste primato paterno come bandiera per evidenziare l’oggettiva matrice maschile della violenza domestica, rischia di compromettere una visione più profonda e costruttiva del fenomeno, volta a individuare cause e, quindi, strategie di prevenzione.

Per farlo, ancora una volta, è importante leggere i dati senza rinunciare alla complessità di una loro interpretazione.
Se è vero che 172 dei 268 bambini assassinati da un genitore sono morti, dal 2010 a oggi, per mano del padre, è altresì utile comprendere perché la madre è l’infanticida: a) nel 57,5% dei casi, nella fascia 0-5 anni; b) nella quasi totalità degli infanticidi (35 su 39 censiti).

La responsabilità maschile suggerita dai dati assoluti, salvo poi distribuirsi in modo più equo o ribaltato nel segmento della prima infanzia, non è un fenomeno solo italiano. Rapporti percentuali simili tra le madri e i padri che uccidono, in termini assoluti e per fascia di età, tendono a replicarsi su scale numeriche diverse negli studi svolti nei principali Paesi occidentali. Secondo uno studio della Brown University del 2014, che ha preso in considerazione un lasso di tempo di 32 anni, negli Stati Uniti si verificano circa 3.000 figlicidi all’anno. Sebbene la responsabilità pesi in termini totali più sui padri, di nuovo si assiste a una recrudescenza dell’infanticidio da parte di madre durante la prima infanzia. Ha quindi senso chiedersi: perché se le donne americane sono protagoniste solo del 14% dei crimini violenti negli Stati Uniti, esse commettono quasi la metà dei figlicidi, con percentuali che crescono se ci si limita a considerare gli infanticidi?

Una risposta a questa domanda si può ricercare nel movente e, di nuovo, nei dati. Con la premessa sin da ora che tale lettura non è sufficiente, cominciamo da qui.

Il movente del figlicidio alla lente del genere

Phillip J. Resnick è uno psichiatra forense di fama internazionale che si è occupato di figlicidio a più riprese a partire dal 1969, compilando e aggiornando preziosi studi che indagano gli omicidi di bambini per mano dei genitori. In particolare, dopo aver analizzato le cartelle psichiatriche di un numero considerevole di madri assassine, Resnick ha dimostrato che la maggior parte di loro soffriva di disturbi psichiatrici e psicosi e individuato i cinque moventi del figlicidio materno riconosciuti a livello internazionale.

Come può una madre uccidere il figlio?

La classificazione del figlicidio fatta da Phillip J. Resnick comprende cinque categorie:

  1. Figlicidio altruistico
    Compiuto nella convinzione, reale o immaginata, di risparmiare al bambino sofferenze presenti o future più grandi e non superabili.
  2. Figlicidio psicotico
    Agito sotto influenza di un chiaro e grave disturbo psicopatologico (es. schizofrenia, psicosi post partum, etc…)
  3. Figlicidio del bambino non voluto
    Omicidio di un figlio nato contro la volontà della donna e in assenza dell’instaurarsi del legame madre-figlio
  4. Figlicidio accidentale
    Morte non intenzionale causata dalla negligenza della madre o da una reazione eccessiva (es. Sindrome del bambino scosso)
  5. Figlicidio come vendetta verso il coniuge
    Il più raro per le madri, quest’ultimo è invece il movente principale del figlicidio compiuto dai padri.

Gli studi di Resnick hanno anche rilevato, dati alla mano, che le donne che commettono figlicidi sono nella maggior parte dei casi persone in contesto di disagio economico e/o sociale. Il concetto di solitudine familiare si esplica, per alcune, in senso oggettivo; in altre la rete famigliare è presente ma non è in grado di supportare la donna o riconoscere segnali evidenti di sofferenza psichica, sottovalutati quando non sminuiti e delegittimati.

Come può una padre uccidere il figlio?

Il figlicidio come vendetta verso il coniuge è il più raro da parte di madre, ma risulta essere invece il movente più ricorrente quando a compiere l’omicidio del figlio o della figlia è il papà. Il figlicidio paterno, cioè, radica nella cultura patriarcale che vede la donna come proprietà maschile, in osservanza ossequiosa del suo ruolo socialmente riconosciuto (persino a livello costituzionale e giuridico) di moglie e madre. Nell’ottica maschilista, la donna che si sottrae al dominio maritale merita di essere riportata nei ranghi con violenze e vessazioni o, qualora non si pieghi neppure a queste, di essere punita con ogni mezzo: compresa la sua stessa morte o quella figlio, agita dal padre con l’intenzione di perpetuare sofferenza e senso di colpa nella donna. Il caso di Laura Russo, uccisa dal padre a 11 anni, e della sorella Marika viva per miracolo, qui raccontato dalla voce della madre Giovanna Zizzo è emblematico, ma non isolato: 

“La madre che uccide è ‘malata di mente'”: una risposta insufficiente

Leggere i dati del figlicidio, limitandosi ad accettare supinamente l’evidenza di una ricorrenza psicopatologica di eccezionale gravità all’origine del gesto può essere rassicurante ma, ancora una volta, limitante. A questo proposito Martha Smithey, professoressa associata del dipartimento di Sociologia della Texas Tech University, specializzata in Criminologia in ambito familiare e genitoriale rileva come la premessa alla base della maggior parte degli studi sul figlicidio – «le madri che uccidono i loro figli sono malate di mente» – sia «certamente plausibile, ma sembra insufficiente». Per questo motivo la sociologa ha passato anni a incontrare e intervistare in maniera approfondita madri che hanno commesso figlicidio, dimostrando come la causa sia da ricercare in una responsabilità collettiva e culturale, che risiede a monte della malattia mentale; cioè nella struttura patriarcale che vessa le donne madri e contribuisce allo sviluppo delle situazioni patologiche e psicotiche che portano al figlicidio:

La storia [di ogni infanticidio o figlicidio, ndr] è molto più del solito racconto di semplici madri cattive o malate di mente che aggrediscono mortalmente il loro bambino. La storia parla di quanto sia difficile essere una brava madre in una società in cui ci si aspetta che le donne crescano i propri figli nel tempo libero e senza aiuto”.

«Ci sono molte ricerche su come la nostra società si aspetta che l’educazione dei figli sia responsabilità della madre con poco o nessun supporto sociale – continua Smithey -. La donna guadagna un reddito molto inferiore a quello degli uomini, ma deve assicurarsi al tempo stesso di gestire bene casa e maternità. C’è un grande squilibrio con cui molte donne lottano, e circostanze al di fuori del loro controllo, eppure diciamo alle donne che una brava donna è quella che può ‘fare tutto’. Il modello ‘fai tutto’ ha contribuito a tutti i tipi di problemi di donne e madri, non è realistico e nessuno può essere all’altezza».

«Chiunque potrebbe ferire o uccidere un bambino»

Inquadrare il figlicidio all’interno di una responsabilità sociale nei confronti delle donne, non ha lo scopo di assolvere chi compie l’omicidio del proprio figlio dalla responsabilità dell’atto criminoso, quanto di creare consapevolezza rispetto al sistema di discriminazione e iniquità endemico in cui originano le morti violente di questi bambini, per prevenirne altre laddove possibile.
Gli studi di Smith chiamano ogni cittadino o cittadina a una presa di coscienza individuale e collettiva scomoda ma necessaria: «Il mio lavoro, e quello di altri colleghi e colleghe, dimostrano che chiunque è capace di ferire (o uccidere) un bambino».

Fermarci alla tesi della malattia mentale senza indagarne le cause è, a ben vedere, la versione colta e informata della presunzione di mostruosità dell’infanticida: una visione di superficie, di nuovo, rassicurante, che ci permette di indignarci nella convinzione di essere ‘altro’ da colui – ma principalmente colei – che appelliamo come pazza, mostro, bestia, demonio. A proposito di questo, si noti bene: nonostante la maggior parte dei figlicidi avvengano per mano paterna, sono le Medea, le donne che uccidono i figli, a sollevare forche, interrogativi di massa e a gettare nello sgomento intere nazioni; sempre loro i soggetti prediletti degli studi scientifici. Perché la potenza mostruosa della figlicida si mitighi, a livello sociale quando a uccidere il figlio è il padre è qualcosa che merita di essere compreso.

Perché le madri che uccidono sono più mostruose dei padri?

La pratica di esorcizzazione collettiva è evidente: ogniqualvolta la cronaca restituisce un caso di infanticidio o figlicidio, negare l’umanità del mostro è ciò che ci permette di ristabilire una parvenza d’ordine sociale in cui le madri sono, secondo immaginario culturale, storico, religioso e mitologico, figure amorevoli e accudenti. La madre è colei che dà la vita al figlio quando lo partorisce, e che cederebbe la sua pur di salvarlo in qualsiasi momento: mai, viceversa. La mostruosità di Medea ha, di nuovo, a che fare con l’idea del destino di maternità delle donne, che si presume siano portate per natura all’accudimento del figlio.

Al contrario, la coscienza collettiva attribuisce all’uomo le caratteristiche naturali dell’aggressività e della lotta, reputate valori maschili di cui la società civile – donne e bambini compresi -, dovrebbero beneficiare in termini di protezione. Il padre figlicida fa meno notizia sia perché siamo assuefatti alla violenza maschile, sia perché il nostro inconscio comprende le motivazioni e ne attenua la colpa, come per il femminicidio, rispetto al quale permane infatti la narrazione del troppo amore e il cliché dell’uomo buono e innamorato trasfigurato dalla sofferenza. Come a dire: fa parte della natura maschile difendere il suo territorio; è invece contro natura la donna che non riesce a essere una madre esemplare, a qualsiasi costo e in qualsiasi condizione.

Prevenire il figlicidio

Se il figlicidio è frutto della violenza di genere, va da sé che è possibile prevenirlo con una cultura di genere paritaria.
L’idea di cambiare un’intera società può sembrare opprimente ma, come per altri grandi temi sociali – dal femminicidio al climate change -, è anche l’unica soluzione, e non più demandabile.
La prevenzione del figlicidio passa per una politica reale nell’ambito del diritto alla genitorialità (che è equamente diritto alla maternità e alla paternità) e dei diritti riproduttivi. L’introduzione del diritto all’aborto e l’accesso alla contraccezione, dati alla mano, hanno contribuito al decremento dei casi di violenza su minore, figlicidio compreso. Il ribaltamento della sentenza Roe vs Wade e la rinnovata negazione, parziale o totale del diritto all’aborto in vari Paesi del mondo sono invece destinati, per i motivi sopra analizzati, a incrementare questi numeri. La genitorialità consapevole, volontaria e il supporto alla stessa sono presupposti indispensabili per una politica che abbia a cuore la salute fisica e psicologica dei minori.

Una responsabilità e un cambiamento collettivi che, come ricorda Martha Smithey partono da una responsabilità e un cambiamento individuale: «Smettila di criticare le madri. Giudicare una madre in difficoltà mette solo a rischio i bambini, e le rende la vita più difficile. Aiuta le madri che conosci. Offriti di fare da babysitter, pulire la casa o aiutare con i compiti. Le madri stanno facendo un lavoro massacrante».
Eppure, la cultura della violenza di genere su cui è edificata il nostro assetto sociale resta un tema che esige una decostruzione e una ricostruzione politica, economica e culturale a monte.

 

*** Nota conclusiva | Il razzismo negli studi sul figlicidio

La presente analisi non prende in considerazione la situazione del figlicidio in Paesi non occidentali, in quanto le ricerche rinvenute sono parziali e, secondo l’autrice, pregiudiziali. Nella maggior parte dei casi il campione considerato non è rilevante a livello statistico, ma funzionale a illustrare situazioni peculiari o usanze tribali, come l’infanticidio rituale: questi studi non possono restituire un quadro della nazione che si prefiggono di rappresentare, se non in modo razzializzato e scientificamente non rilevante.

*** Note al testo

¹ Maria Pina Di Blasio,  L’infanticidio nella legislazione penale: uno sguardo al passato per capire il presente, giurisprudenzapenale.com, 2016.
² Il reato di omicidio, secondo l’art. 575 c.p., prevede che «Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno».
³ Andrea Yates. Deena Schlosser. Megan Huntsman, Sociologist Studies What Leads Mothers to Kill Their Children, Texas Tech Today, 2020.

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