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Galleria: Ancora insulti e violenza contro Mikaela Neaze Silva, la velina afro-afghana di Striscia

Ancora insulti e violenza contro Mikaela Neaze Silva, la velina afro-afghana di Striscia

Mikaela Neaze Silva ancora vittima di insulti social, stavolta non a stampo razzista, ma per la bufala di un audio fatto circolare in Rete. E chi ha diffuso il messaggio, invece, di chiunque sia la voce, merita un applauso?

Non c’è pace per la bella Mikaela Neaze Silva, la velina bionda di Striscia che, comunque andrà il suo futuro, indipendentemente che venga riconfermata o meno sul bancone del tg satirico più famoso d’Italia, sarà indubbiamente ricordata come la velina più discussa di tutti i tempi.

Già vittima del più becero razzismo appena si è diffusa la notizia del suo ingaggio a Striscia, nel settembre del 2017, oggi Mikaela finisce di nuovo nell’occhio del ciclone, naturalmente social, protagonista di quella che poi si è rivelata essere una fake news assurda: un audio finito al centro di un passaparola via Whatsapp, in cui una ragazza raccontava delle sue notti “brave” al’insegna del sesso più sfrenato, che qualcuno ha attribuito proprio alla giovane di origini angolane e afghane.

Ora, obiettivamente due sono i punti che saltano più agli occhi in tutta questa vicenda, che vi raccontiamo in maniera più approfondita in gallery, grazie anche al post di Selvaggia Lucarelli, che ne ha parlato.

Ancora insulti e violenza contro Mikaela Neaze Silva, la velina afro-afghana di Striscia

Ancora insulti e violenza contro Mikaela Neaze Silva, la velina afro-afghana di Striscia
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Non solo è grave, naturalmente, il fatto che si sia buttato del fango, in maniera del tutto ingiustificata, su una ragazza che, nella storia del messaggio vocale a luci rosse, non c’entrava proprio nulla (tanto che la mittente del messaggio diffuso via app di messaggistica istantanea si è scoperta diversi mesi or sono), solo approfittando della sua popolarità e scegliendola come “bersaglio facile” su cui si sapeva che si sarebbero poi riversati gli inevitabili e immancabili commenti bacchettoni e moralisti dei bigotti 2.0 di Facebook & co., sempre pronti a scatenarsi se una donna racconta liberamente e limpidamente della propria vita sessuale, manco fossimo rimasti ai tempi di Scandalo al sole.

Ancor più grave, forse, è che, nell’ansia spasmodica di lanciarsi nei soliti epiteti che, chissà perché, girano sempre e solo tutti intorno alla sfera “prostituzione”, e di ostentare il proprio puritanesimo da oratorio, si è perso di vista l’aspetto fondamentale della vicenda: di chiunque si tratti, c’è di nuovo qualcuno che si è permesso di distribuire un messaggio inviato in forma privata – e che tale doveva rimanere – ai quattro venti, esibendolo come atto goliardico o scherzo di pessimo, pessimo gusto.

Di nuovo, come successo per Tiziana Cantone, come capitato a Michela Deriu; un filmato, nel loro caso, distribuito e fatto passare come un porno in salsa amatoriale di quint’ordine, senza neppure pensare alle conseguenze che tale gesto irrispettoso, irriguardoso, ingiusto, avrebbe potuto provocare. O forse pensandoci, ma lavandosene beatamente le mani perché, dopotutto, “Anche loro avrebbero potuto pensarci prima di farsi riprendere a fare certe porcherie”.

Nella banalizzazione estrema di ciò che è “giusto e sbagliato”, “concesso e non”, dove spesso i ruoli si invertono e va a finire che essere una donna sessualmente libera sia sbagliato, mentre infamare pubblicamente una persona proprio a causa della sua vita sessuale finisca con il diventare, se non lecito, perlomeno “accettabile”, accade inevitabilmente questo. Che i filmati, i messaggi, le confidenze a tema sessuale corrano il rischio di diventare cosa nota per divertimento, per goliardia… Perché a qualcuno “va”.

E dopo chi se ne importa se c’è qualcuno che con l’umiliazione, con le derisioni, le risatine e i commenti sussurrati fra i vicoli di paese o urlati sui social ci deve convivere tutti i giorni. Fino a non poterne più, e a preferire sparire di scena piuttosto che sopportare ancora. Come Tiziana, come Michela.

Ecco perché, la cosa ancor più assurda di tutta la vicenda che ha coinvolto l’incolpevole velina – chiariamoci, non sarebbe stata “colpevole” di nulla neppure se l’avesse davvero mandato lei, quell’audio, dato che fino a prova contraria fare sesso e parlarne non è reato – è che nessuno si sia preoccupato di chiamare l’essere che ha diffuso quel messaggio inviato da un’amica con il suo vero nome. Che ci siano persone che si sono indignate di più abboccando all’ennesima bufala che corre via Web rispetto a quelle che, invece, hanno pensato che, a chiunque appartenga quella voce,  è stato violato un suo diritto, è stata violata la sua vita privata.

La triste morale qual è? Che è meglio essere uno che spaccia video o audio privati piuttosto che una che fa sesso liberamente e ne parla? Che per il primo non esistono epiteti, o insulti, mentre per la seconda, in forme e modi diversi, la connotazione è sempre quella, della “puttana”?