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Galleria: Hina e Sana, due ragazze uccise per aver detto “no” al matrimonio combinato

Hina e Sana, due ragazze uccise per aver detto "no" al matrimonio combinato

L'ultima vittima è Sana, la venticinquenne che sarebbe stata uccisa perché non accettava il matrimonio combinato e voleva sposare un italiano. Ma il dramma delle ragazze uccise perché volevano scegliere come vivere, e chi amare, porta con sé una lunga scia di sangue.

Molto spesso, per le famiglie straniere che approdano in un paese nuovo, imparare a convivere serenamente con la cultura e le tradizioni del luogo che li ospita e che diventa la loro nuova casa non è facile.

Capita così che i primi ad apprendere meglio gli usi e i costumi del nuovo paese, a farli propri e ad adeguarvisi siano i figli, i ragazzi più giovani, soprattutto se nati lì o se trasferiti da molto piccoli; in generale, per i ragazzi è più facile non solo assimilare culture diverse da quella del proprio nucleo familiare, che comunque continua a essere rispettata, ma è certamente motivo di inclusione e socializzazione appropriarsi di quei modi di vivere e delle abitudini tipiche dei loro coetanei, anche solo per sentirsi parte del gruppo e non essere emarginato o discriminato.

Le cose, però, non sempre sono semplici, in particolare quando lo stile di vita perseguito dai figli cozza in modo importante con i precetti religiosi o culturali della famiglia di appartenenza; abbiamo spesso parlato dell’usanza, ancora in vigore presso molti popoli, del matrimonio combinato, tradizione ai nostri occhi arcaica e persino lesiva della libertà individuale consacrata dal diritto internazionale, eppure tuttora perno della società in moltissime aree del mondo. Ci sembra un fenomeno assolutamente lontano e remoto dalla nostra idea di famiglia finché ne leggiamo sui giornali o se ne sente parlare vagamente, ma spesso anche le ragazze che vivono nei nostri paesi, che frequentano le stesse scuole dei nostri figli, che lavorano o che escono fuori a divertirsi finiscono vittime di queste imposizioni da parte dei padri, ancora fortemente aggrappati alle proprie tradizioni al punto da voler decidere con chi dovrà passare l’intera vita la propria figlia.

E quando queste ragazze si ribellano, guidate dallo spirito di autodeterminazione e indipendenza che hanno acquisito vivendo fuori dal paese natio, assimilando appieno il potere della libertà decisionale che nella loro terra, improntata al patriarcato, probabilmente sarebbe stata loro negata, può succedere, purtroppo l’irreparabile.

Nel 2006 perse la vita Hina Saleem, una ragazza di origini pakistane, ma arrivata in Italia appena quattordicenne, uccisa dai parenti. La sua unica colpa, volersi uniformare alle abitudini occidentali, giudicate “sbagliate” dalla famiglia.

Mentre il 18 aprile è arrivata la notizia, terribile, dell’uccisione di  Sana Cheema, anche lei pakistana di origine, ma cresciuta a Brescia, massacrata a soli 25 anni durante un viaggio nel suo Paese, presumibilmente perché intenzionata a sposare un italiano rifiutando così le nozze combinate che la famiglia aveva organizzato per lei. Sana è stata strangolata, come rivelato dai risultati dell’autopsia realizzata dal laboratorio forense del Punjab, il quale ha analizzato le analisi dopo la riesumazione del corpo, sepolto frettolosamente dai parenti, che hanno affermato che la giovane ha avuto un infarto.

Sana è dunque morta per strangolamento, lo hanno riferito i media pakistani che citano il rapporto dell’autopsia, riportato anche da Repubblica: gli esami dimostrano infatti che “l’osso del collo è stato rotto”, circostanza che porta a escludere l’ipotesi dell’infarto.

Proprio dopo la pubblicazione degli esiti dell’esame autoptico, il padre di Sana, Ghulam Mustafa, avrebbe confessato, stando a quanto riferito ancora da Repubblica, di avere ucciso la figlia, con la collaborazione di uno dei figli maschi. Gli uomini, del resto, erano in stato di arresto da alcune settimane con l’accusa di aver assassinato la ragazza, e ora, se al processo dovessero essere condannati, rischiano l’ergastolo o persino la pena di morte.

In Italia, come si legge in un documento di Fq Millenium pubblicato anche da Il Fatto Quotidiano, non esiste una legge sui matrimoni forzati, ma, grazie alla ratifica della Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne del 2011, questa tipologia di abusi rientra nel reato di maltrattamenti, puniti dall’articolo 572 del codice penale con una pena da 2 a 6 anni di carcere.

Nei centri antiviolenza e ai servizi sociali, sono decine le ragazze che chiedono aiuto  e che cercano di scappare da unioni combinate contro il loro consenso. Vengono soprattutto da Pakistan, India o Bangladesh, e hanno tra i 16 e i 25 anni.

Un sistema di protezione ufficialmente non esiste, quindi se lo sono inventato le operatrici sociali, che “prelevano” le ragazze come testimoni di giustizia. Se la ragazza non riesce a uscire di casa spontaneamente, interviene un esterno, come un medico, una professoressa o un’amica, e si organizza una vera e propria scena con attori e comparse. Se per la legge la causa è persa qualora la ragazza avesse ormai varcato il confine nazionale, per il “servizio protezione“non è mai troppo tardi: cerca di smuovere tutti i canali di comunicazione clandestini aiutando le ragazze a trovare un pretesto per raggiungere l’aeroporto. Un’eccellenza nel settore è considerata l’associazione Trama di Terre, fondata a Imola nel 1997, che dal 2011 si è occupata di 49 donne: 31 dal Pakistan, 4 dall’Albania, 3 dal Bangladesh, 3 dal Marocco, 2 dall’India, una dallo Sri Lanka, una dalla Tunisia, una dalla Costa d’Avorio, una dall’Afghanistan, una dal Kurdistan, una dall’Iran.

Purtroppo, però, non sempre riescono a intervenire in tempo. Hina e Sana non sono infatti le uniche vittime di una follia cieca capace di trasformarsi in ferocia irrazionale, che spinge a uccidere il sangue del proprio sangue per una questione d’onore e credibilità e di annientare ogni parvenza di umanità, calpestando l’amore (sia quello familiare, che la libertà delle figlie di amare) per proteggere il proprio nome da un’onta ritenuta inaccettabile. Per il padre di Sana, come per quello di Hina, la devozione verso la propria cultura era più forte dell’affetto genitoriale, e le figlie dovevano pagare quella ribellione vergognosa alle regole di un paese che, pure, avevano abbandonato. Anche, forse, per trovare nuove prospettive di vita, nuove libertà e quel libero arbitrio di cui, però, sono state comunque private.

Nella gallery raccontiamo la loro storia ma anche quelle di molte altre ragazze, diventate vittime del loro stesso desiderio di liberarsi dal gioco di quella tradizione in cui non si riconoscevano, colpevoli solo di voler cambiare il proprio destino. O, almeno, di poterlo scegliere.

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