Perché Darnella Frazier merita il Premio Pulitzer senza essere una giornalista

Darnella Frazier è la ragazza che un anno fa filmò l'aggressione a George Floyd, permettendo di scoprire la verità sul suo omicidio. Oggi potrebbe vincere il Premio Pulitzer, pur non essendo una giornalista.

Per la prima volta dopo 104 anni il Premio Pulitzer, uno dei più importanti riconoscimenti giornalistici a livello mondiale, potrebbe non andare a un reporter o a un giornalista, ma a una ragazza che, suo malgrado, si è trovata protagonista di una delle vicende più discusse del 2020, quella dell’omicidio di George Floyd.

Parliamo di Darnella Frazier, la diciassettenne che il 25 maggio 2020 si trovava sulla Chicago Avenue, a Minneapolis, perché aveva accompagnato la cugina di 9 anni, proprio mentre l’agente di polizia Derek Chauvin premeva il suo ginocchio contro il collo di Floyd per quei nove, interminabili minuti che avrebbero fatto il giro del mondo proprio grazie a lei, e alle riprese che lei fece col suo smartphone per testimoniare l’accaduto.

"I can’t breathe": un anno dopo la morte di George Floyd

Oggi Darnella, per quel gesto spontaneo di riprendere quanto stava succedendo proprio di fronte ai suoi occhi, potrebbe ricevere il Pulitzer, la cui consegna è stata posticipata da aprile all’11 giugno. In occasione del primo anniversario della morte di Floyd, Darnella ha pubblicato un post Facebook ricordando quell’esperienza.

Un anno fa, oggi ho assistito a un omicidio – ha scritto – Il nome della vittima era George Floyd. Anche se non era la prima volta, ho visto un nero essere ucciso per mano della polizia, ed era la prima volta che succedeva davanti a me. Proprio davanti ai miei occhi, a pochi passi. Non conoscevo quest’uomo, ma sapevo che la sua vita contava. Sapevo che stava soffrendo. Sapevo che era un altro nero in pericolo, senza potere. Avevo solo 17 anni all’epoca, un giorno normale per me, che accompagnavo mia cugina di 9 anni al negozio all’angolo, non ero preparata a quello che stavo per vedere, non sapevo nemmeno che la mia vita sarebbe andata avanti cambiando in maniera radicale… Ma è successo. Mi ha cambiata. Ha cambiato il modo in cui vedo la vita. Mi ha fatto capire quanto fosse pericoloso essere neri in America. Non dovremmo camminare sulle uova vicino ai poliziotti, le stesse persone che dovrebbero proteggere e servire. Siamo guardati come delinquenti, animali e criminali, tutto per il colore della nostra pelle. Perché i neri sono gli unici che vengono visti in questo modo, quando ogni etnia fa qualcosa di male? Nessuno di noi deve giudicare. Siamo tutti umani.

Ora ho 18 anni e porto ancora il peso e il trauma di quello che ho assistito un anno fa. Ora è un po’ più facile, ma non sono più quella di una volta. Una parte della mia infanzia mi è stata portata via. La cugina di 9 anni che ha assistito alla stessa cosa che ho visto io ha perso una parte della sua infanzia. Me ne sono dovuta andare, perché la mia casa non era più al sicuro, mi svegliavo con i giornalisti alla porta, e quando chiudo gli occhi vedo solo un uomo nero, come me, senza vita per terra. Non sono riuscita a dormire bene per settimane. Mi agitavo così tanto di notte che mia madre doveva farmi addormentare. Saltando da un hotel all’altro perché non avevamo una casa e guardandomi le spalle ogni giorno nel frattempo. Avevo attacchi di panico e ansia ogni volta che vedevo un’auto della polizia, non sapevo di chi fidarmi perché un sacco di persone hanno cattive intenzioni. Ho quel peso. Molti mi chiamano eroina, anche se non mi vedo come tale. Ero proprio nel posto giusto al momento giusto.

Dietro questo sorriso, dietro questi riconoscimenti, dietro la pubblicità, sono una ragazza che cerca di guarire da qualcosa che mi ricordo ogni giorno. Tutti parlano della ragazza che ha registrato la morte di George Floyd, ma essere lei è un’altra storia. Non solo questo ha colpito me, ma anche la mia famiglia. Tutti abbiamo sperimentato il cambiamento. Mia mamma più di tutti. Cerco ogni giorno di essere forte per lei perché lei è stata forte per me quando non potevo essere forte per me stessa. Anche se questa è stata per me un’esperienza traumatica che cambia la vita, sono orgogliosa di me stessa. Se non fosse stato per il mio video, il mondo non avrebbe saputo la verità. Il mio video non ha salvato George Floyd, ma ha messo il suo assassino davanti agli occhi di tutti. Puoi vedere George Floyd nonostante il suo passato, perché non ne abbiamo tutti uno? Era una persona amata, il figlio di qualcuno, il padre di qualcuno, il fratello di qualcuno, e l’amico di qualcuno. Noi popolo non ci assumeremo la colpa, voi non continuerete a puntarci il dito come se fosse colpa nostra, come se fossimo delinquenti.

Non credo che la gente capisca quanto grave sia la morte… Quella persona non tornerà più. Questi agenti non dovrebbero decidere se qualcuno può vivere o no. È ora che questi agenti inizino a fare i conti con la coscienza. Uccidere le persone e abusare del tuo potere mentre sei in servizio non è fare il tuo lavoro. Non si dovrebbe arrivare a cose del genere per capire che non va bene. Si chiama avere un cuore e saper distinguere il giusto dal male. George Floyd, vorrei che le cose fossero andate diversamente, ma voglio che tu sappia che sarai sempre nel mio cuore. Ricorderò sempre questo giorno grazie a te. Possa la tua anima riposare in pace. Che tu possa riposare nelle rose più belle.

Darnella ha anche testimoniato al processo che ha portato alla condanna di Derek Chauvin. Come giustamente lei ha scritto nel suo post, è grazie al video registrato con il telefonino, e poi diffuso sui social, che si è venuti a scoprire la verità circa la morte di George Floyd, inizialmente descritta dai poliziotti come “malore occorso durante un controllo”. È grazie a lei se oggi sappiamo che fu il ginocchio di Chauvin a far soffocare Floyd, ed è per questo che oggi il suo nome è tra i papabili per la vittoria del Pulitzer.

Sarebbe la più giovane vincitrice, e anche la più inaspettata, ma il tema della discriminazione razziale, storicamente, sta particolarmente a cuore alla Columbia University di New York, che gestisce il premio; molti dei vincitori, soprattutto delle prime edizioni, sono stati bianchi che hanno parlato del terrorismo del Ku Klux Klan, ad esempio, come Grover Cleveland Hall, editore di Montgomery che, indignato per la fustigazione di un giovane uomo nero in una chiesa rurale,  ha guidato il suo giornale in una crociata per consegnare i membri del Klan alla giustizia.

Darnella potrebbe essere anche una delle poche donne a vincere il premio, oltre che una delle poche donne nere. Fra queste, si ricorda la vittoria della poetessa Gwendolyn Brooks nel 1950 . Nessun giornalista nero come individuo è stato premiato fino a quando la fotoreporter Moneta Sleet Jr. non ha vinto “per la sua fotografia della vedova e del bambino di Martin Luther King Jr., scattata al funerale del Dr. King”.

Detto questo, la nostra ricerca ha contato più di 100 premi dal 1918 ad oggi che hanno onorato il lavoro che ha rivelato terribili ingiustizie, ritenuto responsabile il potere corrotto e razzista e ha parlato, spesso di fronte a pericoli fisici e rovina economica.

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