"I can’t breathe": un anno dopo la morte di George Floyd

È passato un anno dalla morte di George Floyd, l'agente Derek Chauvin, che gli ha premuto il ginocchio sul collo per 9 minuti, rischia fino a 40 anni di carcedre. Ma la cosa più incredibile è l'impatto socioculturale che quella morte ha avuto.

I cant’ breathe. 

Questa frase risuona nelle orecchie di tutti ogni volta che si parla di George Floyd, l’afroamericano ucciso il 25 maggio 2020, soffocato dal ginocchio che l’agente di polizia Derek Chauvin gli ha premuto sul collo per più di 8 minuti.

“Non riesco a respirare”, diceva Floyd al poliziotto, supplicandolo di liberarlo; la sua morte ha sconvolto e indignato il mondo, per la crudezza, la spietatezza di Chauvin, e anche perché ci ha costretti a fare i conti con qualcosa che credevamo superato: il suprematismo bianco.

È passato un anno da quel giorno a Minneapolis, Chauvin è stato condannato per omicidio colposo di secondo grado, omicidio di secondo grado non intenzionale, omicidio di terzo grado dal giudice Peter A. Cahill, e il prossimo 16 giugno attende il verdetto definitivo, che per lui potrebbe anche voler dire 40 anni di carcere, se verranno considerate alcune aggravanti.

Ma cosa è successo dopo quel 25 maggio? La morte di Floyd ha scatenato un’ondata di proteste probabilmente senza precedenti, ha rinvigorito il movimento Black Lives Matter al punto che più d’uno ha creduto fosse nato proprio in concomitanza con l’assassinio di Floyd (in realtà è nato nel 2013, sempre a seguito della morte di un altro afroamericano, il giovanissimo Trayvon Martin, il 26 febbraio 2012, per cui il vigilante George Zimmermann fu assolto), e posto di nuovo l’accento sulla mai sopita questione razziale, anche al di fuori dei confini USA.

Ma le conseguenze e gli spunti di riflessione, dopo l’uccisione di Floyd, sono stati tanti e diversi, e vale la pena analizzarli.

L’eccezionalità dell’atteggiamento della polizia

Derek Chauvin, dopo essere uscito dietro pagamento di una cauzione, è stato condannato nel processo a suo carico da una giuria composta da sette donne e cinque uomini, di cui sei bianchi, quattro neri e due multirazziali, fra i 20 e i 60 anni. Se verrà seguita la linea dei pubblici ministeri, e saranno quindi considerati i tre i fattori aggravanti ai danni dell’ex poliziotto – la presenza di minori, l’aver agito con particolare crudeltà e l’abuso della sua posizione di autorità – Chauvin rischia fino a 40 anni di reclusione.

"Tre volte colpevole" l'ex poliziotto Derek Chauvin che ha ucciso George Floyd

Fondamentale, per la sua condanna, è stato il ruolo giocato dagli ex colleghi, che hanno deposto sul banco dei testimoni puntando il dito contro il suo comportamento di quel pomeriggio. Tutti, fra di loro, hanno ammesso che il ricorso alla forza di Chauvin sia stato eccessivo e inutile. Il capo del dipartimento, Medaria Arradondo, ha dichiarato:

Continuare a esercitare quel livello di forza su una persona stesa, ammanettata con le mani dietro la schiena, non è previsto dalla policy in nessun modo, maniera o forma. Non fa parte della nostra formazione. E certamente non fa parte della nostra etica o dei nostri valori.

Gli ex colleghi hanno quindi “abbandonato” Chauvin al suo destino, e questo è senza dubbio un particolare interessante; nel recente passato, infatti, generalmente nei processi a carico di forze dell’ordine imputate della morte di afroamericani è stato il background delle vittime a essere scandagliate. Alcuni casi famosi riportati in un articolo dal New York Times:

  • Jacob Blake, a cui l’agente Rusten Sheskey ha sparato sette colpi alla schiena l’anno scorso, rendendolo paralizzato. Il procuratore distrettuale ha fatto riferimento ad una storia di accuse di violenza domestica contro il signor Blake in una conferenza stampa, annunciando la sua decisione di non presentare accuse contri Sheskey. Justin Blake, zio di Jacob, ha detto che il quadro che il procuratore ha fatto di suo nipote era “razzista come l’inferno”.
  • Walter Scott, autista di muletto colpito alla schiena dall’ufficiale Michael Slager in South Carolina nel 2015, durane un tentativo di fuga. I legali della difesa lo hanno definito “fuori controllo”, alludendo a tracce di cocaina trovate nel suo organismo, e a una condanna vecchia di dieci anni, dipingendolo come pessimo padre. Scott, ucciso da Slager, era disarmato.
  • Laquan McDonald, 17 anni. Un video lo mostrerebbe mentre si allontanava con un coltello, quando l’agente Jason Van Dyke ha sparato 16 colpi che lo hanno ucciso. La difesa ha sostenuto che il ragazzo avesse una “propensione alla violenza”, portando sul banco dei testimoni anche la madre per convincerla a rivelare la presunta natura violenta del figlio. Nonostante la difesa, nel 2018 Van Dyke è stato condannato a sei anni e nove mesi di prigione.
  • Philando Castile, ucciso mentre si trovava in auto con la sua ragazza e la sua bambina di 4 anni. Jeronimo Yanez, che ha sparato e ucciso Philando, è stato assolto. Durante il processo è stato dibattuto l’uso della marijuana da parte di Castile.

Anche nel caso di Floyd si è cercato di mettere in luce gli aspetti negativi dell’uomo; l’avvocato di Chauvin, Eric J. Nelson, ha calcato la mano sul passato di Floyd, fatto anche di arresti, e sul consumo di droga da cui anche la stessa fidanzata di quest’ultimo, Courteney Ross, ha detto che cercava di liberarsi. Il giudice Cahill ha respinto però tutte le asserzioni della difesa, accogliendo invece le testimonianze degli agenti di polizia, che hanno fatto pensare che il cosiddetto “muro blu del silenzio” stesse per crollare.

Sarebbe un evento senza precedenti, visto che, dal 2005 a oggi, come sottolinea un articolo di Vox, Chauvin è l’ottavo agente americano condannato per omicidio, contro le circa 16.000 persone uccise dalla polizia; solo 139, invece, gli agenti portati a processo.

In realtà la tesi sostenuta da Vox è che Chauvin possa essere stato designato come “mela marcia”, per evitare indagini più approfondite sui metodi della polizia, soprattutto nei comportamenti rispetto agli afroamericani, che secondo varie statistiche hanno il doppio dei rischi di finire uccisi da un agente rispetto ai bianchi.

Quella di Chauvin, quindi, è una barca che ormai affonda e da cui tutti sono scesi; per il resto, esiste ancora un “codice del silenzio”, che sarebbe anche il più grande ostacolo per una vera e seria riforma della polizia, secondo un rapporto redatto dalla Commissione Christopher (un organo indipendente voluto dall’allora sindaco di Los Angeles, Tom Bradley, per indagare sul dipartimento di polizia locale dopo il pestaggio di Rodney King nel 1991).

Appare piuttosto chiaro perché il comportamento dei poliziotti al processo per la morte di George Floyd sia da considerarsi “eccezionale”: dei 54 agenti incriminati di omicidio o omicidio colposo, dal 2005 al 2015, solo in 12 casi è stata raccolta la deposizione di un collega.

La svolta potrebbe arrivare dal George Floyd Justice in Policing Act, una legge presentata da Kamala Harris assieme al senatore Cory Booker e alla deputata Karen Bass, che dovrebbe instaurare un legame fiduciario tra polizia e comunità.

Il razzismo sistemico che permea la società americana

L’America ha una lunga storia di razzismo sistemico. – ha dichiarato Harris – I neri americani e gli uomini in particolare sono stati trattati nel corso della nostra storia come se fossero meno di esseri umani. Gli uomini neri sono padri, fratelli, figli, zii, nonni, amici e vicini. Le loro vite devono essere valorizzate nel nostro sistema educativo, nel nostro sistema sanitario, nel nostro sistema abitativo, nel nostro sistema economico, nel nostro sistema di giustizia penale, nella nostra nazione. Punto.

L’ingiustizia razziale non è un problema solo dell’America nera o un problema delle persone con la pelle scura. È un problema di ogni americano. Ci sta impedendo di mantenere la promessa di libertà e giustizia per tutti. E sta impedendo alla nostra nazione di realizzare il nostro pieno potenziale. Facciamo tutti parte dell’eredità di George Floyd. E il nostro compito ora è onorarla e onorarlo.

La morte di George Floyd, e questo è uno dei punti critici, non ha eradicato il razzismo endemico che permea la società americana, e neppure lo ha fatto il BLM; dopo quel 25 maggio 2020 altri afroamericani, ispanici, sono stati uccisi per mano della polizia, che evidentemente fatica a scrollarsi di dosso quei retaggi di suprematismo bianco che, in tempi passati, hanno trovato estremizzazioni orribili nel Ku Klux Klan. Queste alcune delle vittime della polizia USA.

  • Adam Toledo, 29 marzo. Proprio il giorno di apertura del processo a Chauvin, a Chicago Adam Toledo, di 13 anni, è stato ucciso con un colpo di arma da fuoco. L’agente ha spiegato che era in possesso di un’arma, lanciata oltre un recinto prima di alzare le mani in alto e di arrendersi.
La verità sulla morte di Adam Toledo, ucciso dalla polizia a 13 anni
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  • Daunte Wright, 11 aprile. Ucciso da una poliziotta per errore mentre si trovava in auto; l’agente pensava di avergli puntato contro una pistola elettrica e non un’arma da fuoco. Aveva 20 anni.
  • Anthony J. Thompson, 12 aprile. Colpito a morte da un poliziotto nel bagno della scuola, la Austin-East Magnet High School di Knoxville, in Tennessee. La polizia era stata chiamata dalla madre della fidanzata di Anthony, dopo una lite tra i due nell’istituto.
  • Ma’Khia Bryant, 20 aprile: uccisa con quattro colpi a Columbus. Lei stessa aveva chiamato la polizia, sembra per una lite in strada. Gli agenti hanno detto che era in possesso di un coltello. Aveva 16 anni.
  • Andrew Brown Jr, 21 aprile. Ucciso durante una perquisizione. Gli agenti non hanno fornito dichiarazioni, ma dei testimoni hanno riferito che il quarantaduenne cercasse di scappare.

Il ruolo della tecnologia nella scoperta della morte di George Floyd

Inizialmente la morte di George Floyd è stata descritta, dagli agenti intervenuti sul posto, come “uomo morto per problemi di salute durante un intervento di polizia”, come descritto dal primo comunicato ufficiale diffuso dal dipartimento.

È stato grazie a Darnella Frazier, diciassette anni, e al video da lei girato in quei nove minuti terribili, poi postato su Facebook, che si è riusciti a smontare la falsa narrazione della morte di Floyd restituendole verità.

Per lunghe notti sono rimasta sveglia a scusarmi ripetutamente con George Floyd per non aver fatto di più e non essere intervenuta per salvargli la vita – ha detto quando ha deposto al processo – Ma il punto non è quello che avrei dovuto fare io, è quello che avrebbe dovuto fare lui», ha spiegato riferendosi a Chauvin. Quando penso a George Floyd, vedo mio padre, i miei fratelli, i miei cugini, i miei zii, perché sono tutti neri. Ho un padre nero. Un fratello nero. Ho amici neri. Al suo posto avrebbe potuto esserci uno di loro.

E allora ci si interroga su quanto la tecnologia contribuisca, abbia contribuito o potrà contribuire in futuro ad arrestare le violenze, visto che la presenza di video, immagini, poi condivise sui social e quindi alla portata di un numero impressionante di utenti, rappresenta una testimonianza schiacciante e incontrovertibile. C’è però chi pensa che tutto questo possa avere anche lati negativi.

Da una parte i video dei passanti forniscono prove visive impressionanti degli abusi delle forze dell’ordine, che altrimenti passerebbero sotto silenzio o correrebbero il rischio di venire insabbiati – ha scritto sull’Atlantic Alissa V. Richardson, professoressa di giornalismo presso la University of Southern California e autrice del libro Bearing Witness While Black: African Americans, Smartphones and the New Protest #Journalism – Non c’è dubbio che il materiale filmato con gli smartphone da testimoni coraggiosi abbia fornito alle famiglie prove documentali dell’uso sproporzionato della forza da parte della polizia contro Oscar Grant, Eric Garner, Philando Castile e molti altri. Allo stesso tempo, però, questi video assolvono una funzione sinistra. Quando i poliziotti in queste clip rimangono impuniti – oppure quando i media non si curano di umanizzare a dovere i neri vittime di violenze – queste immagini non fanno che perpetuare l’opera di annientamento di un popolo che va avanti ormai da secoli.

Il blackwashing, “l’iconicità” della vittima e l’arte che nasce dalla tragedia

Dopo l’omicidio di George Floyd gli stessi social che hanno mostrato il video della sua uccisione sono stati il luogo in cui la protesta si è diffusa a macchia d’olio; già nelle ore seguenti alla sua morte Instagram si è riempito di quadrati neri, a sostegno del Black Lives Matter, mentre i musicisti hanno dato vita all’hashtag #TheShowMustBePaused, oscurando i propri canali social per 24 ore, per invitare a riflettere. Questo, ad esempio, l’Instagram di Paul McCartney.

Il gesto è stato senza dubbio lodevole, ma andando avanti con il tempo è parso essere un po’ inflazionato, e legato più a una necessità dei bianchi di dover per forza dire qualcosa per essere partecipi al dibattito pubblico piuttosto che a una sincera empatia. Le ideatrici dell’hashtag, Brianna Agyemang e Jamila Thomas, hanno tirato fuori tutta l’ipocrisia endemica dell’industria culturale americana: “Non voglio partecipare alle vostre chiamate di Zoom parlando degli artisti neri che vi stanno facendo così tanti soldi, se non riuscite ad affrontare ciò che sta succedendo ai neri in questo momento. Lo spettacolo non può andare avanti, mentre la nostra gente viene cacciata e uccisa”.

Subito dopo, si è aperta una vera e propria caccia a ogni simbolo razzista nella cultura e nella società: così, sono state imbrattate o vandalizzate le statue di ex presidenti, di Cristoforo Colombo o di qualunque personaggio a cui si potesse imputare una presunta caratteristica di colonizzatore, mentre case di produzione e reti televisive di grosso calibro si sono affrettate a far sparire dal proprio palinsesto qualunque genere di programma che potesse far gridare al razzismo. L’esempio più eclatante la cancellazione, voluta da HBO, di Via col vento, che pure parla di Guerra di Secessione ed è quindi difficilmente slegabile dalla componente etnica. Va benissimo contestualizzare il tutto e argomentare che si sta parlando di una società e di una cultura che è bene non perpetrare, ma questa ansia di cancel culture ha dato come l’impressione di essere non del tutto spontanea.

C’è chi con la morte di George Floyd ha fatto blackwashing, e chi invece una vera e propria questione di marketing, tanto da far pensare che in un certo qual modo anche la situazione e la morte di Floyd siano state “schiavizzate”, dal business, questa volta.

Navigate su Etsy e Redbubble e Amazon e Teepublic: vedrete la faccia di George Floyd su magliette, cuscini e calzini – scrive Richard A. Chance in questo articolo del New York Times – Quello che è iniziato come un tributo può rapidamente trasformarsi in un brand. Essere neri è già troppo spesso mercificato – la schiavitù è il primo e più crudele esempio della nostra nazione – così la vendita dell’immagine di un nero è una sfortunata continuazione di quella tradizione: perché George Floyd? Il che non significa che non sia degno di essere ricordato, ma in un paese che uccide abitualmente i suoi cittadini neri, dove la lista dei nomi continua all’infinito, quali volti vengono ricordati, e perché? Prima di Floyd, l’immagine di Trayvon Martin con la sua felpa – e talvolta la felpa da sola, separata da chi la indossa – sembrava apparire ovunque. E quando Breonna Taylor è stata uccisa, artisti e volontari le hanno dipinto un murale di 7.000 piedi quadrati ad Annapolis. L’aumento della sorveglianza – le body cam della polizia, i video degli iPhone dei testimoni – fortunatamente aiuta a consentire una maggiore responsabilità degli agenti di polizia di fronte ai cittadini neri. Eppure presenta anche la questione di quanto sia ‘fotogenica’ una fatalità: vediamo la faccia della persona? Quante riprese abbiamo dell’evento? Possiamo ricreare una tragedia in un’opera d’arte, o nell’immagine poster di un movimento, o venderla come souvenir? Sebbene non sia sempre intenzionale, la crudele alchimia delle circostanze – incluso il modo in cui è avvenuta la morte, la pubblicità intorno ad essa e la temperatura culturale del momento – caratterizza quanto sarà iconica una vittima nera.

Pinkwashing: tra aziende che ci credono e furbi lavaggi di coscienza

Ci sono però anche veri movimenti d’arte spontanei e che vale la pena conoscere nati dopo la morte di Floyd; come quello ideato da Leesa Kelly, che gestisce un blog di auto-aiuto per le donne nere, Memorialize the Movement, un progetto che trasforma i pannelli di compensato affissi dai proprietari dei negozi alle vetrine per paura di atti di vandalismo da parte di chi marciava per il BLM in murales e altre opere ispirate al momento, realizzate con vernice, vernice spray, penna, matita, pennarello e gesso. Dal 21 al 23 maggio 2021 molti sono stati esposti nella mostra “Justice for George: Messages From the People” nel Phelps Field Park, a pochi passi da dove George Floyd è stato ucciso.

Ecco perché è così importante che siano conservate – ha detto Lessa Kelly al New York Times – Perché questa è la storia dei neri, e non solo la storia dei neri, è la storia americana.

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