Silvia Romano ieri è tornata in Italia dopo 18 mesi di prigionia in Africa, ora si chiama Aisha e la sua vita non sarà più la stessa. Alla psicologa che l’ha accompagnata durante il viaggio di ritorno verso Ciampino, avrebbe confessato di aver cambiato nome.

Il motivo di questa scelta è il suo percorso di conversione all’Islam avvenuto nei mesi di prigionia. Ogni giorno conservava un taccuino, una sorta di diario dove appuntava tutto, dagli spostamenti agli stati d’animo che provava. Grazie a questi appunti ha potuto ricostruire le fasi del suo sequestro.

Silvia ha ricordato i momenti della cattura, tre uomini l’hanno portata via dal Villaggio Chakama che si trova a 80 km da Malindi dove lavorava per la Onlus “Africa Milele“. Gli esecutori poi l’hanno consegnata alla banda che ne aveva ordinato il sequestro. Da lì è iniziato il suo viaggio per la Somalia durato un mese:

All’inizio c’erano due moto, poi una si è rotta. Abbiamo fatto molti tratti a piedi, attraversato un fiume. C’erano degli uomini con me, camminavamo anche per otto, nove ore di seguito. Erano cinque o sei”.

I primi giorni sono stati drammatici, ha raccontato Silvia:

“Ero disperata, piangevo sempre. Il primo mese è stato terribile. Mi hanno detto che non mi avrebbero fatto del male, che mi avrebbero trattata bene. Ho chiesto di avere un quaderno, sapevo che mi avrebbe aiutata”.

Come riporta Il Corriere della Sera, Silvia ha cambiato sei covi e nel primo mese si è ammalata,  la cooperante ha voluto precisare che nessuno l’ha costretta a sposarsi, anche se molti in rete ipotizzavano la sua gravidanza.

Silvia ha maturato la sua conversione incamminandosi verso un lungo percorso di nascita sotto il nome di Aisha. Dopo i cinque mesi di prigionia ha scelto di chiamarsi come il nome della figlia di Abu Bakr, il primo califfo dell’Islam. Aisha è la “madre dei credenti“, nonché la sposa del profeta Maometto.

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