No, Barbara Palombelli, le donne non vengono uccise perché sono "esasperanti"

Se non riusciamo a comprendere la responsabilità che chi, per mestiere, si occupa di raccontare, ha nel parlare della questione con il giusto linguaggio, se non capiamo che, diversamente, può indurre anche gli altri a normalizzare questa narrazione, saremo destinati a sentir parlare per sempre di "donne traditrici", che si separano dai mariti, rifiutano le avances dei corteggiatori, o di "giganti buoni" che d'un tratto, in preda al "raptus", perdono la testa.

Mentre c’è chi si batte per cambiare la narrazione dei femminicidi da parte dei media, dall’altra parte si continua invece a portare avanti un linguaggio fallace, sbagliato, frutto di anni di male gaze e intriso di vittimizzazione secondaria, che è esattamente il motivo per cui la lotta di cui sopra è tanto importante quando, ahinoi, faticosa.

Come quello usato da Barbara Palombelli nel corso di una puntata de Lo sportello di Forum, ad esempio, riportato puntualmente da Selvaggia Lucarelli.

Spesso l’errore, da parte di chi parla o scrive di femminicidi, è implicito, proprio perché figlio di una cultura che secolarmente non ha mai assiso le donne al solo e unico ruolo di vittime, ma semmai di corresponsabili (vedasi, in proposito, i casi di Processo per stupro, con la straordinaria arringa di Tina Lagostena Bassi, o di Franca Rame), perciò non sorprende che talvolta le donne stesse caschino in fallo.

Tuttavia, è chiaro che questa non sia una scusante, e che un certo tipo di linguaggio, alla luce della frequenza dei casi di femminicidio – segno che stiamo parlando di una vera e propria piaga sociale – non sia più accettabile, soprattutto da parte di chi, di mestiere, racconta i fatti di cronaca ed è perciò tenuto a parlarne con responsabilità e cognizione. Ecco perché la domanda che si pone Palombelli nel suo intervento, “Questi uomini erano davvero fuori di testa, erano obnubilati, oppure c’è stato anche un comportamento esasperante, aggressivo anche dall’altra parte?“, non dovrebbe neanche essere formulata.

7 donne amazzate in 7 giorni, è un dato, terrificante, che cita la stessa Palombelli, compiendo però già il primo errore: perché, se le parole sono importanti (e lo sono, a maggior ragione in casi del genere), il primo passo per cambiare la narrazione è chiamare le cose con il loro nome: non “delitti”, ma femminicidi, descritti da vocabolario Treccani, lo ricordiamo, come

[…] tutte le forme di violenza contro la donna in quanto donna, praticate attraverso diverse condotte misogine (maltrattamenti, abusi sessuali, violenza fisica o psicologica), che possono culminare nell’omicidio. Questo tipo di violenza affonda le sue radici nel maschilismo e nella cultura della discriminazione e della sottomissione femminile: le donne che si ribellano al ruolo sociale loro imposto dal marito, dal padre, dal fidanzato vengono maltrattate o uccise.

Femminicidi in Italia nel 2021: non numeri, ma nomi e vite

Non parliamo di donne uccise nel corso di una rapina, o per una lite tra vicini, ma di donne ammazzate da compagni, mariti, ex, o in alcuni casi padri, accecati dall’idea di perdere il controllo sulla donna ed essere quindi destituiti dal loro ruolo di “padroni” e delegittimati di quell’autorità che l’impronta culturale maschilista ha loro concesso.

Ecco perché è folle chiedersi se, in taluni casi, questi uomini siano stati “esasperati” dalle compagne, per una serie di motivi:

  • Molto spesso il femminicidio avviene dopo lunghi periodi di abusi, aggressioni, persecuzioni, molti dei quali vengono denunciati dalle donne, purtroppo in maniera inefficace. Potremmo aprire una parentesi lunghissima sui casi di Marianna Manduca, Stefania Formicola, non da ultimo Vanessa Zappalà, per dimostrare che la reiterazione della violenza o delle vessazioni maschili sia sistemica.
  • L’idea che una presunta “esasperazione” possa condurre a togliere la vita a un’altra persona è di una pericolosità estrema; così facendo, potremmo ritrovarci con persone che credono di avere la libertà di uccidere i bulli che li vessano a scuola, i capi che al lavoro ci umiliano, o persino i vicini troppo rumorosi.
  • Ipotizzare che esista un atteggiamento esasperante, da parte delle donne, è un perfetto esempio di victim blaming, che è esattamente quello di cui non abbiamo bisogno se vogliamo metterci nell’ottica di evolvere sul piano del linguaggio da usare nella narrazione dei femminicidi.
Vanessa Zappalà, aveva denunciato e lui la perseguitava. "Perché era libero?"

L’analisi di Carlotta Vagnoli, che peraltro è da poco uscita con Maledetta sfortuna. Vedere, riconoscere e rifiutare la violenza di genere, è, in questo senso, perfetta.

[…] Non solo si chiama victim blaming, ma è anche l’invisibilizzazione di un fenomeno di stampo culturale disastroso e universale. Non solo è colpevolizzazione, ma è anche dare un enorme assist alla cultura dello stupro.

Sono morte sette donne, nell’ultima settimana, per mano di uomini che volevano possederle fino a volerle addirittura cancellare dalla faccia della terra: ‘o con me o con nessuno’, questo è il senso del femminicidio.

Il discorso di Palombelli è concettualmente sbagliato sotto ogni punto di vista, perché anche l’altra “opzione” citata, “Questi uomini erano davvero fuori di testa, erano obnubilati” si presta per legittimare la perpetuazione di quel linguaggio, anche giornalistico, colpevole di usare termini come “raptus”, “follia”, accecato dalla gelosia”, “arrabbiato perché lei lo voleva lasciare” che in un certo qual modo empatizzano con l’omicida, se non proprio lo assolvono. Insomma: o è colpa della donna o l’uomo è “obnubilato”, “fuori di sé”, in una parola: incapace di intendere e prendersi le proprie responsabilità.

Un po’ come la storia del gene guerriero, usata come tesi di difesa per imputare le colpe del femminicidio non a un sistema, socio-economico-culturale, improntato al maschilismo, ma a una mutazione genetica maschile.

Dopo il raptus, arriva il gene guerriero: a uccidere noi donne non è mai l'uomo

Il senso, in fondo, è quello riassunto nell’editoriale della nostra direttrice, Ilaria Dondi: se non riusciamo a comprendere la responsabilità che chi, per mestiere, si occupa di raccontare, ha nel parlare della questione con il giusto linguaggio, se non capiamo che, diversamente, può indurre anche gli altri a normalizzare questa narrazione, non potremo mai muoverci da lì. E quindi saremo destinati a sentir parlare per sempre di “donne traditrici”, che si separano dai mariti, rifiutano le avances dei corteggiatori, o di “giganti buoni” che d’un tratto, in preda al “raptus”, appunto, perdono la testa.

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