Era il 2001 quando il giornalista inglese Mark Covell, giunto alla scuola Diaz Pascoli di Genova nei giorni del G8, fu pestato a sangue dalla polizia italiana perché scambiato per un black bloc e ridotto in fin di vita.

“Non ero particolarmente informato su quello che stava accadendo ma ho provato a filmare le conferenze stampa del Genoa Social Forum, come accadeva ogni giorno”, ha raccontato Covell nel corso di una recente intervista. Nel momento in cui venne attaccato si trovava appena fuori dalla scuola, nei pressi della sede della stampa.

Fu assalito da agenti della polizia mai identificati che lo picchiarono senza pietà. Covell precipitò in uno stato di coma. Trascorse sedici lunghe ore a un passo dalla morte, riportando una perforazione al polmone, la perdita di sedici denti e la frattura di otto costole.

Terrificante il suo ricordo del pestaggio:

“Sono stato subito circondato e ho cercato di protestare, dicendo che ero un giornalista, ma un poliziotto ha detto “tu no giornalista, tu black bloc – uccidiamo black bloc”. Sapevo che sarebbe stato molto difficile sopravvivere a tutto questo, dato che l’intera strada si era riempita di centinaia di poliziotti. Un poliziotto è arrivato dall’estremità meridionale della strada e mi ha preso a calci nella parte sinistra della gabbia toracica. Mi ha rotto otto costole e mentre si scheggiavano nel mio polmone sinistro, sono stato sollevato con tanta forza in mezzo alla strada, dove sono stato usato come pallone da calcio. La mia mano sinistra era rotta e la mia colonna vertebrale era danneggiata. A questo punto soffrivo anche di una massiccia emorragia interna e non pensavo che sarei sopravvissuto. In quel momento un carabiniere è uscito da Diaz Pascoli e ha gridato: “Basta, Basta!” e mi ha trascinato di nuovo accanto al cancello della Diaz Pertini. Fino ad oggi, non si è mai fatto avanti per ricevere i miei ringraziamenti. Fu chiamato via e io mi ritrovai di nuovo solo. […] Sono stato lasciato sul marciapiede per circa venticinque minuti, praticamente a morire prima che un’ambulanza riuscisse a raggiungermi”.

In quel momento Covell non sapeva che, oltre a lui, altre 93 persone furono massacrate alla Diaz e 61 di questi finirono in ospedale in gravi condizioni.

Chi si trovava alla scuola Diaz quel giorno fu incriminato per atti di devastazione e saccheggio sula base di prove inventate, come ad esempio l’uso di Molotov o giubbotti antiproiettile. Seguì una lunga serie di procedimenti legali, durante i quali alcuni agenti ricevettero condanne insignificanti, mentre i dirigenti dell’operazione affrontarono processi di primo e secondo grado.

Alla fine, i loro casi caddero in prescrizione e le vittime non ottennero mai giustizia. Oltre a tutto ciò, i responsabili del massacro ricevettero addirittura avanzamenti di carriera, come se nulla fosse successo.

Tutto ciò che Covell riuscì a ottenere come sorta di risarcimento furono l’assoluzione e un po’ di soldi per una mascella rotta che non ride più. “Benché ci fossero 27 altri testimoni e vari video collegati al mio sadico tentato omicidio, solo due carabinieri, i tenenti Cremonini e Del Gais, dichiararono di avermi visto al cancello”, ha dichiarato il giornalista in un’altra intervista. “È sconcertante che più di trecento poliziotti che mi passarono davanti mentre facevano irruzione nella Diaz abbiano finto di non avermi visto. A oggi, nessun poliziotto si è mai fatto avanti per fornire dettagli e prove sul mio caso. Questo silenzio ne fa uno dei tentati omicidi più controversi dell’Italia recente”.

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