Giulio Giaccio era un operaio di 26 anni ed era totalmente estraneo al mondo del crimine. I suoi aguzzini, nei panni di falsi poliziotti, lo avevano sequestrato e poi ucciso, sciogliendolo nell’acido, il 30 luglio 2000, a Pianura (nella periferia occidentale di Napoli), per uno scambio di persona.

Gli assassini volevano vendicare un torto subito. Giaccio era infatti stato scambiato per l’amante della sorella divorziata di uno dei due sicari, una relazione ritenuta da lui “sconveniente”.

Ora, in attesa dell’udienza preliminare, che inizierà oggi a Napoli davanti alla giudice Valentina Giovanniello, Salvatore Cammarota e Carlo Nappi, rispettivamente 56 e 64 anni, entrambi legati al clan Polverino, hanno avanzato un’offerta di “risarcimento” alla famiglia di Giulio Giaccio: 30mila euro e due appartamenti, il cui valore complessivo ammonta a 120mila euro.

Confidiamo esclusivamente nelle determinazioni dell’autorità giudiziaria”. Questa la risposta della famiglia di Giulio Giaccio, che ha respinto la proposta dei killer attraverso l’avvocato Alessandro Motta.

Un caso, quello di Giaccio, risolto nel dicembre 2022 grazie alle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia e di un pentito in particolare, Roberto Perrone, del clan Polverino, che anni fa aveva parlato del delitto definendolo “il capitolo più nero e angoscioso” della sua vita nella criminalità.

Come ha spiegato il pentito Roberto Perrone in aula, “dovevamo risolvere un affare di famiglia, per la volontà di Cammarota di uccidere un tale (si chiamava “Salvatore”), per le avance alla sorella”.

In veste di finti poliziotti i killer hanno preso Giulio Giaccio, per “arrestarlo”. Il giovane aveva provato a far capire loro che si trattava di un errore: “Non mi chiamo Salvatore, sono un operaio, i miei genitori lavorano, siamo persone oneste”, ha detto il ragazzo, come ha raccontato Perrone.

Secondo il racconto, a uccidere Giulio Giaccio sarebbe stato un soggetto oggi a piede libero, Raffaele d’Alterio, che in auto aveva detto a Giaccio “di abbassare la testa sulle gambe, per poi sparargli alla nuca” un singolo colpo di pistola calibro 28, a sangue freddo. Dopo averlo ucciso, i killer hanno sciolto il corpo del ragazzo nell’acido, mentre qualcuno ha frantumato i suoi denti a martellate per far sparire ogni traccia.

Dopo 23 anni, l’unica cosa in cui la famiglia crede è la giustizia, alla quale si sono affidati”, ha dichiarato alla stampa l’avvocato Alessandro Motta, che rappresenta la famiglia. “La famiglia chiede la pena più severa per i protagonisti di questo orrendo delitto, soprattutto perché non ha neppure una reliquia su cui piangere”.

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