Kasia Smutniak ed Emma Bonino, insieme per difendere l'aborto

In un'intervista rilasciata a Vanity Fair, l'attrice polacca, naturalizzata italiana, si è fatta portavoce dei diritti fondamentali delle donne, affiancando la storica leader radicale: "Se non li curi, non te ne occupi, ti svegli un giorno e non ci sono più".

I diritti, come la democrazia, sono una cosa fragile. Se non li curi, non te ne occupi, ti svegli un giorno e non ci sono più“. Comincia così la lunga intervista che la senatrice Emma Bonino, assieme all’attrice polacca – ma naturalizzata italiana – Kasia Smutniak, ha rilasciato a Vanity Fair.

Il filo conduttore che ha unito queste due donne con storie e background diversi – a partire dalla generazione d’appartenenza – è stata la voglia di agire a difesa del diritto all’aborto per le donne; non solo in Italia ma anche in Polonia, paese d’origine di Kasia, dove l’interruzione di gravidanza è ormai legale solo in caso di pericolo di vita per la madre e di stupro.

In Italia, invece, il numero dei medici obiettori di coscienza cresce sempre di più (si parla del 70 per cento dei ginecologhi, in Molise si raggiunge il 100 per cento), mentre l’aborto farmacologico sembra sempre più lontano. “Quarantatré anni dopo la nascita della legge 194, siamo qui a parlarne di nuovo – spiega Emma Bonino. – I giovani non ci pensano mai: sono nati con il divorzio, l’aborto, il voto ai diciottenni, l’obiezione di coscienza, non sanno nemmeno cosa sia il delitto d’onore che, segnalo, abbiamo cancellato nel 1981, non nel Medioevo“.

In Polonia invece, non abbiamo fatto niente – racconta Kasia Smutniak, che si sta battendo per i diritti delle donne dopo che, dallo scorso gennaio, la legge sull’aborto in Polonia è diventata ancora più severa. “Noi da un giorno all’altro ci siamo trovati nella società capitalista, ci siamo ubriacati di libertà e ci siamo seduti. Ora quella libertà la stiamo perdendo: così come ci è arrivata, sta andando via. Pezzo dopo pezzo“.

Il discorso poi, si sposta sulla libertà delle donne di poter decidere liberamente sul proprio corpo, quel corpo che la senatrice, leader storica dei Radicali, paragona ad un campo di battaglia.

Il corpo delle donne è sempre stato, dal Ratto delle Sabine in poi, un campo di battaglia. In Italia era rivoluzionario che noi, negli anni Settanta, in piazza dicessimo: “Io sono mia”, perché la donna appartiene sempre a qualcuno: al marito, al padre, al clan, alla patria. Qualcuno che decide – dice lui – per il suo bene. Perché il corpo della donna è un potere, ce l’hanno gli uomini, e chi ha il potere se lo tiene. Io però non mi butto giù, il processo è lento, miglioramenti ce ne sono stati. L’Italia 60 anni fa era un altro Paese”.

Io penso che questo corpo delle donne faccia paura“, ribatte Kasia. “E lo dimostra anche la violenza a cui sono esposte. Credo che ci sia una paura atavica, negli uomini, che ha a che fare con la sensazione che la donna potrebbe essere superiore“.

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