Il legame tra violenza sul lavoro e violenza sessuale: i casi Beccaglia e "Renatino"

La violenza sessuale che ha colpito la giornalista Greta Beccaglia e il corto pubblicitario della Parmigiano Reggiano sono due casi solo apparentemente distanti, in realtà sono due risvolti della stessa medaglia.

La scorsa settimana due eventi, apparentemente sconnessi, hanno catturato l’attenzione dell’opinione pubblica: la violenza sessuale che ha colpito la giornalista Greta Beccaglia e il corto pubblicitario della Parmigiano Reggiano in cui il lavoratore Renatino si mostra entusiasta di lavorare 365 giorni l’anno.

Due eventi, due contesti che possono apparire distanti e sconnessi restituiscono invece l’immagine di un mondo del lavoro non sicuro, in cui sfruttamento e violenza, da quella fisica a quella psicologica, sono costantemente normalizzati.

Il caso di violenza sessuale compiuto ai danni di Greta Beccaglia ha trovato una cassa di risonanza ampia e continua, che ha permesso di sensibilizzare ulteriormente l’opinione pubblica verso cosa siano le violenze sessuali.

Ampliare la comprensione della violenza sessuale come fenomeno di sistema è essenziale perché questa possa essere effettivamente contrastata, soprattutto considerando che attualmente la consapevolezza su quali e quante siano le violenze sessuali sembra ancora mancare. Al punto che quando si verificano vengono interpretate come un evento parcellizzato, scorporato dalle altre dinamiche discriminatorie in cui vi sono delle disparità. La compartizzazione della violenza, ascritta solamente agli attori coinvolti, senza una minima analisi di sistema, impedisce di comprendere quante e quali circostanze possano acuire una dinamica dispari come il sessismo e l’abuso da esso derivato.

Lo spot della Parmigiano Reggiano ha ricevuto una larga e nutrita critica che ha snudato la disillusione collettiva rispetto il mito del lavoro come massima espressione umana. L’idea di essere il lavoro che si svolge viene respinta e, complice lo smart working diffusosi a causa della pandemia, le persone desiderano recuperare lo spazio della propria vita anche al di fuori della sfera lavorativa.

Definirsi come lavoratore non è sufficiente, l’identità reclama altri spazi ed altre dinamiche, soprattutto quando il luogo di lavoro è ambiente di sfruttamento e abuso dell’individuo. Lo schieramento oppostosi allo spot della Parmigiano Reggiano ha saputo agilmente individuare le problematicità del corto pubblicitario, osservando come il lavoratore sfruttato sia stato disegnato nella parte di Renatino, il tratteggio bambinesco di un uomo adulto, soddisfatto di una vita di prigionia perché, in ultima istanza, è ciò che consente la realizzazione del prodotto.

Il profitto generato dal prodotto non è rilevante e Renatino infatti non spende denaro in ferie, felice com’è di lavorare. Lo sfruttamento e l’assenza di tutele minime per i lavoratori, come pause dal lavoro adeguate, eque retribuzioni e sicurezza sul lavoro, passano in secondo piano, oscurate dall’archetipo del lavoro come massima realizzazione personale. La pubblicità era direttamente orientata a rappresentare un mondo del lavoro e un lavoratore uniti in una simbiosi poetica, quasi idilliaca. Ed è perciò stato semplice identificarne le criticità.

Al contempo, proprio nello stesso arco temporale, alcuni articoli apparsi su La Repubblica e firmati Natalia Aspesi, hanno raccontato una grave dispercezione del lavoro. Aspesi invitava a prestare attenzione alle morti sul lavoro piuttosto che al caso che ha coinvolto Beccaglia, circostanza che Aspesi non riconosce essere violenza sessuale. Le morti sul lavoro sono una piaga sociale ignorata abilmente che miete vittime con una ratio di circa 4,2 persone al giorno stando ai dati, in base 2020, riportati dall’osservatorio diritti.

Per prevenire le morti sul lavoro sarebbe opportuno agire sugli eventi che le causano, partendo proprio dalle condizioni in cui si svolge il lavoro. Ed è questo lo snodo, il punto di contatto non pervenuto nell’approccio di Aspesi e che rispecchia la narrativa dominante di un mondo diviso in comparti stagni. La sicurezza sul lavoro passa anche dalla prevenzione della violenza sessuale sul lavoro. Le persone colpite da violenza sessuale sul lavoro, infatti, si trovano in una posizione di svantaggio che spesso impedisce loro di denunciare per paura delle conseguenze sull’impiego stesso. Inoltre, l’aspettativa sociale, riproposta da Aspesi stessa, chiede alle lavoratrici di tollerare una certa dose di violenza, sia essa fisica o psicologica, in quanto inevitabile.

Si chiede, in buona sostanza, di considerare la violenza sessuale come parte integrante del processo di crescita lavorativa. Non vi è alcuna consapevolezza rispetto alle dinamiche conseguenti alla violenza sessuale, il danno fisico ed emotivo che si riflette sulla salute mentale dell’individuo. Se l’aggressione è normalizzata, se non addirittura romanticizzata, la persona che l’ha subita non solo non avrà i mezzi sociali, a causa delle dinamiche di respingimento e colpevolizzazione delle vittime, per denunciare, ma annasperà alla ricerca di canoni con cui inquadrare quanto accaduto in un sistema che nega che si tratti di violenza sessuale.

Parlare di sicurezza e salute sul lavoro implica la necessità di parlare di molestie e violenze sessuali in ambito lavorativo. Perché sebbene la violenza sessuale sia un tipo di violenza sistemica ben preciso ascrivibile al sistema patriarcale, è altrettanto vero che essa si basa proprio su una distribuzione iniqua di potere il cui esercizio risulta nella violenza stessa, dinamica speculare a quella presente nel sistema capitalista.

Capitalismo e patriarcato sono volti dello stesso sistema che si intrecciano unendo spazi di discriminazione e svantaggio e risultando nella perpetrazione di violenza sessuale in ambito lavorativo. Ed è in questa congiuntura che si inserisce una responsabilità maggiore, agilmente derubricata da chi non ritiene la tutela dalla violenza sessuale parte integrante della sicurezza sul lavoro, ovvero quella politica, perché se è vero che la politica è emanazione di sistema è altrettanto vero che il sistema si mantiene o modifica in funzione di precise scelte politiche. Lavoro ed educazione sono espressioni dirette del sistema politico vigente.

La violenza, filmata, subita da Beccaglia mette in luce la tolleranza diffusa della violenza ai danni delle donne lavoratrici. Soprattutto, la propensione sociale a considerare questi eventi scissi dal contesto in cui avvengono.

Parlare di sicurezza sul lavoro significa integrare nella discussione la violenza sessuale. Per evitare che essa si verifichi sono necessarie consapevolezza e responsabilizzazione, che non devono essere traslate su chi è vittima di tali violenze ma su chi potrebbe compierle.

Separare la romanticizzazione dello sfruttamento dalla violenza sessuale significa scegliere, ancora una volta, di assumere una prospettiva analitica di privilegio e assolutamente incompleta. Perché quel “sì” alla felicità nello sfruttamento di Renatino, non è consenso. È solo una risposta orchestrata da una regia che voleva dipingere la gioia di un lavoratore, una persona la cui vita aderisce interamente al lavoro. Quel “sì”, magari, lo avrebbe pronunciato anche un operaio intervistato, perché dal suo “sì” potrebbe dipendere la continuità lavorativa, e quindi tutto ciò che ne consegue in un sistema in cui le persone devono lavorare per vivere.

E dunque, sapendo che in molte relazioni lavorative il consenso non esiste in quanto viziato da disparità e timore di ripercussioni, quando ottenuto grazie alla promessa di condizioni future migliori, dobbiamo iniziare a chiederci quanti assensi detti e non detti siano stati estorti e interpretati come consensi. Quante volte una persona abbia subito violenza sessuale senza possibilità di replica, di elaborazione e di allontanamento dall’ambiente abusante.

Allora sì, che staremo osservando davvero le criticità dell’ambiente lavorativo, le stesse che arrivano a causare le morti sul lavoro.

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