Dj Godzi come Stefano Cucchi: per la perizia morì dopo essere stato immobilizzato e pestato

Lo ha stabilito l'autopsia di parte. Il dj napoletano morì il 19 luglio 2025 a Ibiza.

Michele Noschese, in arte dj Godzi, “fu fatto inginocchiare, immobilizzato e soggetto a pressione sul dorso”.

È quanto stabilito dall’esame autoptico disposto sul corpo del 36enne morto lo scorso luglio a Ibiza, dove risiedeva da anni, e per il cui decesso la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta.

La perizia dell’autopsia del medico legale di parte, nominato dalla famiglia Noschese, il dottor Raffaele Zinno, ha aggiunto anche come fosse evidente, sul corpo dell’uomo, “un quadro di politraumatismo diffuso pienamente coerente con una dinamica di violenza fisica reiterata”.

Michele Noschese si trovava a casa sua, nell’isola spagnola, quando la mattina del 19 luglio la Guardia Civil fece irruzione, chiamata dai vicini che si erano lamentati per il volume troppo alto della musica; secondo le autorità iberiche il dj sarebbe morto a causa di un arresto cardiaco dovuto al consumo di sostanze stupefacenti, ma la versione non ha mai convinto i famigliari di Noschese, da sempre sostenitori della tesi della morte violenta.

Tesi che sembrerebbe essere ora confermata dall’esame disposto sul suo corpo, secondo cui la posizione in cui dj Godzi fu costretto dagli agenti della Guardia Civil avrebbe inciso in maniera considerevole sulla respirazione, fino a determinare un’insufficienza cardiorespiratoria acuta che lo ha condotto alla morte.

Quello che sembra profilarsi, per gli inquirenti, quindi, è un nuovo caso Cucchi; con la perizia del medico legale in mano il pool di legali della famiglia Noschese, il penalista napoletano Vanni Cerino, con i colleghi Sammarco e D’Urso, sono pertanto pronti a presentarsi davanti ai pm di Roma con l’ipotesi del reato di tortura per gli agenti della Guardia Civil che intervennero a casa del ragazzo.

Un reato, come spiegato dagli avvocati, introdotto proprio dopo il caso di Stefano Cucchi. “Siamo certi infatti che il ragazzo abbia subìto violenza”.

“La perizia del nostro consulente comprova i sospetti iniziali, e cioè che mio figlio fu torturato con insolita aggressività, direi tipica delle metodologie militari – ha spiegato all’ANSA Giuseppe Noschese, padre del dj – Mi fa male come padre usare la parola tortura, tanto più se penso che a subirla è stato mio figlio. Ma di quello si tratta se penso che, stando alla relazione, si sarebbero accaniti su una persona prona sul divano, sembra vessata da un ginocchio premuto sull’emitorace.

Da quello che capisco lo hanno letteralmente incaprettato e immobilizzato con le tecniche dei corpi speciali, quelle che si usano per i terroristi. Addirittura lo avrebbero colpito con un colpo di karate alla gola provocandogli la rottura dell’osso ioide”.

Giuseppe Noschese, amaramente, aggiunge anche che “Il paradosso di questa storia è che Michele non c’entrava proprio. Ad ascoltare la musica a volume un po’ più alto erano i suoi amici che stavano al piano di sotto.
Pensare che mio figlio è morto a seguito di una tortura mi provoca un dolore immenso. Io lavoro da anni nell’ambito dei politraumatizzati e ho lavorato in Afghanistan, dove ho visto le torture dei talebani sugli afghani che ho curato, e sapere che a mio figlio sia capitata una situazione analoga mi sconvolge, mi fa un buco nell’anima”.

Noschese ha sottolineato le similitudini con il caso Cucchi: “Prima è stato detto che era morto a causa della droga, poi sono state fatte indagini generiche chiuse repentinamente, tutto ammantato da uno strano silenzio. Però, andando più a fondo si sta scoprendo la verità. Ho faticato molto ad evitare che la sua salma venisse rapidamente cremata, siamo riusciti ad effettuare una tac body e una risonanza magnetica, esami dai quali è ancora possibile fare valutazioni oggettive”.

I risultati di quegli esami hanno restituito un quadro agghiacciante: Michele Noschese avrebbe riportato fratture alle costole, alle scapole e alla mandibola, oltre a un trauma cramico a e una serie di lesioni da compressione su tutto il corpo.

“Lui aveva provato a fuggire per sottrarsi a quelle violenze – ha detto ancora il padre al Corriere del Mezzogiorno – e ciò che è avvenuto è ben lontano da un semplice contenimento. Questa vicenda ha distrutto una famiglia, la nostra non è più la famiglia che avevamo il 18 luglio. Eravamo quattro persone, ora siamo in tre, e grazie a mia moglie ora riesco a cogliere appieno il dolore che una madre prova per la morte di un figlio, lei è stata lacerata”.

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