
Femminicidi in Italia: statistiche aggiornate al 2026
I dati noti al 2026 dei femminicidi in Italia: come cambiano i numeri ma anche come cambia il fenomeno in sé e cosa si rischia.

I dati noti al 2026 dei femminicidi in Italia: come cambiano i numeri ma anche come cambia il fenomeno in sé e cosa si rischia.

Il femminicidio indica un omicidio con un movente specifico. Non si tratta semplicemente dell’omicidio di una donna, ma dell’omicidio di una donna in quanto tale, ovvero perché il genere impedisce al killer di raggiungere un fine. Questo fine può essere principalmente:
Non in tutti i Paesi del mondo questo fenomeno è indicato da una parola. In Italia femminicidio è un neologismo dal 2008. Eppure non tutti ne comprendono il significato, invocando a torto l’esistenza di un fenomeno di maschicidio e tirando fuori l’immancabile fantasioso postulato per cui ci sarebbe in atto un complotto woke contro gli uomini di cui nessuno parla.
Ovviamente questo fantasioso postulato non tiene conto che dall’Età Moderna in poi, la condizione della donna nella società è stata sempre più limitata dagli uomini. Solo nel Novecento qualcosa ha iniziato a cambiare, ma in nessun luogo del mondo si è raggiunta una completa parità di genere. Tanto che le donne continuano a essere uccise per via del loro genere, da Desdemona – la moglie di Otello – in poi.

Nel 2026, nel momento in cui stiamo scrivendo questo articolo (maggio), in Italia ci sono già stati 15 femminicidi.
Nel 2025 sono invece state 51 le vittime di femminicidio in Italia, mentre nel 2024 e nel 2023 erano state 42. Nel 2022 i femminicidi sono stati 53. E comunque andando a ritroso i numeri potrebbero essere ancora più altalenanti.
I numeri ci danno alcune informazioni sul fenomeno, ma non ce le danno tutte: ogni femminicidio è diverso nei prodromi, nelle modalità, anche se talvolta si possono riscontrare degli elementi in comune, come per esempio alcune forme di depistaggio successivo, oppure l’undoing, ovvero la presa di distanza del narciso dal delitto commesso.
Nel 2014, l’attrice teatrale Carla Guido ha portato in scena lo spettacolo dal titolo Se solo avessi parlato… Emilia: si trattava di una lettura dell’Otello di William Shakespeare, focalizzata sul fatto che quello di Desdemona è a tutti gli effetti un femminicidio. È un punto fondamentale: il femminicidio esisteva ben prima non solo del giorno in cui gli abbiamo dato un nome, ma anche che ce ne accorgessimo.
Prendiamo il massacro del Circeo: mentre Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini erano impegnati in una diatriba socio-politica su questo fatto di cronaca, molti anni dopo il magistrato Giancarlo De Cataldo, nel suo libro Per Questi Motivi, metteva in risalto come invece si trattasse di un tentato femminicidio per la sopravvissuta Donatella Colasanti, di un femminicidio per Rosaria Lopez.
Il fenomeno è davvero complesso. Non basta il numero di femminicidi a dirci dove sta andando la nostra società. Anche perché talvolta i femminicidi non vengono sempre riconosciuti come tali, così come a volte non si denuncia la violenza di genere, per ragioni come la manipolazione subita, i retaggi sociali che resistono, la paura, i circoli viziosi. Se i numeri dei femminicidi dovessero calare non significa necessariamente che la violenza contro le donne sia in diminuzione, anzi è possibile che senza un’adeguata prevenzione, diventi violenza domestica reiterata. Tuttavia bisogna segnalare che negli ultimi anni ci sono stati femminicidi – in primis quello di Sharon Verzeni – in cui l’assassino non aveva nessun tipo di conoscenza con la vittima.
Jhoanna Nataly, Sara Campanella, Ilaria Sula, Martina Carbonaro, Anastasia Trofimova con la figlioletta Andromeda, Pamela Genini: sono solo alcuni nomi delle donne uccise dagli uomini nel 2025. Tutte loro conoscevano il loro killer, una di loro, Sara, non aveva avuto mai una relazione con lui ma solo una conoscenza molto larga che tentava periodicamente di allontanare.
Pamela non è riuscita a sopravvivere ai colpi degli ex mentre le forze dell’ordine facevano irruzione in casa per salvarla. I corpi di Jhoanna, Ilaria, Martina, Anastasia e Andromeda sono stati abbandonati, alcuni occultati in modo da non farli ritrovare. Come loro, tantissime altre. Vittime di chi le uccide e cerca di farla franca, perché si sente in diritto di togliere la vita a una donna.

Nei suoi podcast e nelle lezioni, il criminologo Francesco Esposito definisce il femminicidio una “patologia culturale”. È in questa interpretazione che si trova la prevenzione, non facile, non semplice, di lunga durata: è infatti la cultura dominante del maschio onnipotente, che salva la vita ma provoca anche la morte a essere errata. Per questo sarebbe bene che la prevenzione iniziasse dall’educazione al rispetto prestissimo, a partire dall’istruzione scolastica, anche se appare una misura di difficile applicazione per la quantità di attività che oggi affollano i curriculum scolastici. Eppure chi è stata bambina negli anni ’80, con maestre che talvolta avevano studiato negli anni ’60 e ’70, ricorda quelle lezioni a base di femminismo, in cui si raccontava delle manifestazioni, delle lotte, degli slogan di quei tempi.
La violenza di genere può essere fermata anche in fieri? Esistono degli strumenti, ma non bastano per varie ragioni. Per esempio, esistono i centri antiviolenza (Cav): a volte non dispongono delle risorse economiche necessarie per operare in maniera ottimale, in particolare nella penuria di disponibilità di case rifugio. Nel Cav, le donne che denunciano una violenza vengono affiancate da assistenza psicologica e legale, viene compiuto un percorso il cui successo si basa sulla bravura di operatrici e operatori che vi lavorano all’interno, ma è chiaro che le risorse economiche non possono prescindere dal risultato finale per quanto riguarda strumenti di prevenzione e tutela.
Le denunce contro le violenze di genere possono essere effettuate anche alle forze dell’ordine o al numero unico antiviolenza 1522. Dal 2019, quando si fa una denuncia di questo tipo, scatta il Codice Rosso, per cui anche se la donna ha paura e ritira la denuncia, questa procede comunque d’ufficio. Purtroppo anche il Codice Rosso ha delle carenze: l’uomo violento viene spesso raggiunto da un dispositivo di allontanamento. A volte gli viene messo il braccialetto elettronico, altre volte no. E a volte il braccialetto elettronico non funziona, almeno è quello che le cronache ci restituiscono. È una delle pieghe in cui gli sforzi per la prevenzione falliscono.

Vorrei vivere in un incubo di David Lynch. #betweentwoworlds
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