
I primi 80 anni del diritto di voto alle donne in Italia
Breve storia del suffragio universale, ovvero il diritto di voto alle donne in Italia: dallo Statuto Albertino all'esperienza delle madri costituenti.

Breve storia del suffragio universale, ovvero il diritto di voto alle donne in Italia: dallo Statuto Albertino all'esperienza delle madri costituenti.

Un articolo della Cgil ripercorre tutte le tappe per cui l’Italia ha affrontato un percorso a ostacoli verso ilsuffragio universale. Il punto di partenza è lo Statuto Albertino: dopo l’annessione di gran parte dell’Italia al Piemonte nel 1848, lo Statuto venne esteso ai diversi territori sotto il re Vittorio Emanuele II. E lo Statuto escludeva di fatto le donne dal voto, sebbene non in modo esplicito.
Nel 1867 però accadde qualcosa: il deputato Salvatore Morelli presentò un disegno di legge chiamato “Abolizione della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alla donna i diritti civili e politici”. Fu subito respinto e venne ripresentato nel 1875 anche stavolta senza successo. Due anni più tardi, la giornalista e attivista Anna Maria Mozzoni si adoperò per una petizione per il suffragio universale, spiegando:
Ora questa massa di cittadini che ha diritti e doveri, bisogni ed interessi, censo e capacità, non ha presso il corpo legislativo nessuna legale rappresentanza, sicché l’eco della sua vita non vi penetra che di straforo e vi è ascoltata a malapena. […] trovandoci noi [donne], perciò, al giorno d’oggi, alla eguale portata intellettuale di una quantità di elettori [uomini] che il legislatore dichiara capaci, stimiamo che nulla costi acché venga a noi pure accordato il voto politico, senza del quale i nostri interessi non sono tutelati ed i nostri bisogni rimangono ignoti.
Intanto però alcune commissioni elettorali provinciali iniziano autonomamente ad accogliere il voto femminile: tutte le corti d’appello bocciano questa scelta, tranne quella di Ancona, presieduta da Lodovico Mortara nel 1906. Purtroppo la sentenza viene rovesciata in terzo grado. Leggendo le ragioni delle corti d’appello si resta agghiacciati e agghiacciate attraverso una sensibilità contemporanea. Per esempio la corte di Firenze, che scrive:
Potrebbe avvenire che una maggioranza di donne venisse a formarsi in Parlamento, che coalizzandosi contro il sesso maschile, obbligasse il Capo dello Stato, scrupoloso osservatore delle buone norme costituzionali, a scegliere nel suo seno i consiglieri della Corona, e dare così al mondo civile il nuovo e bizzarro spettacolo di un governo di donne, con quanto prestigio e utilità del nostro paese è facile ad ognuno immaginarsi.
A maggio 1912 il dibattito si surriscalda e viene presentato in parlamento un disegno di legge per l’estensione del diritto di voto agli analfabeti maschi. È qui che giunge anche una proposta di legge per il voto alle donne, con le firme dei deputati Giuseppe Mirabelli, Claudio Treves, Filippo Turati e Sidney Sonnino, ma scritta in realtà da Anna Kuliscioff. L’allora presidente del Consiglio Giovanni Giolitti si oppone e le cose, sotto il fascismo, continuano a peggiorare.

Nel 1922 Benito Mussolini rilascia infatti un’intervista in cui promette di non estendere il diritto di voto alle donne, perché “sarebbe inutile”. Tuttavia nel novembre 1925 il regime ammette il “voto delle signore” per le elezioni amministrative: è fumo negli occhi, perché poco dopo viene varata la riforma potestarile che sostituisce il sindaco eletto dal popolo a suffragio maschile con un potestà nominato dal governo.
Ma quello che il fascismo non aveva previsto è che le cose durante la Seconda Guerra Mondiale sarebbero cambiate per sempre. Le donne reclamarono il loro posto al lavoro, così come era accaduto nel primo conflitto mondiale, e durante la Resistenza operarono come staffette o combattenti. Ben 3000 di loro furono deportate nei campi nazisti come prigioniere politiche, nelle schiere delle asociali (prostitute e lesbiche per esempio), o tra le altre categorie di internate (come rom o testimoni di Geova).
La storia riportata sul sito del Governo italiano è chiara: il decreto legge del 10 marzo 1946 ammette le donne dai 21 anni in su al voto attivo e dai 25 anni in su al voto passivo, facendo seguito al consiglio dei ministri del 31 gennaio 1945, presieduto da Ivanoe Bonomi che aveva preso in esame la questione. In pratica, da quel momento le donne in Italia potevano eleggere ed essere elette. Scrisse la giornalista Anna Garofalo:
Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere, hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Stringiamo le schede come biglietti d’amore.
Le prime norme sul suffragio universale non contemplò però tutte le donne al di sopra di una certa età. Furono infatti escluse le sex worker schedate che lavoravano fuori dalle case di tolleranza.
Nelle prime elezioni amministrative furono elette 6 sindache, ovvero

Successivamente, come scrive il sito della Camera il 2 giugno 1946, le donne aventi diritto votarono sul referendum istituzionale e sulla composizione dell’assemblea costituente, eleggendo 21 parlamentari donne, di cui 9 della Democrazia Cristiana, 9 del Partito Comunista Italiano, 2 del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e 1 per l’Uomo Qualunque.
Tuttavia la prima esperienza decisionale per le donne fu la partecipazione alla Consulta Nazionale istituita il 5 aprile 1945. Qui le consultrici furono nominate dal governo su indicazione dei partiti. Raccontò a questo proposito Nilde Iotti:
Sentivano la gioia di essere finalmente libere, come italiane e come donne, e quella scheda su cui mani incerte o sicure tracciavano una croce, era per loro un simbolo di democrazia, di libertà e di aspirazione finalmente realizzate.
A Montecitorio, sede della Camera dei Deputati esiste una stanza, la Sala delle Donne. Qui ci sono i ritratti di tutte le donne che, per la prima volta, hanno infranto il soffitto di cristallo in Italia, politicamente parlando, tra cui la prima presidente della Camera, Nilde Iotti. Le cariche più importanti dello Stato sono state raggiunte tranne una, quella di presidente della Repubblica: per questa ragione c’è nella sala anche uno specchio – prima ce n’erano di più – con la scritta “Potresti essere tu la prima”.
L’apporto delle donne, le cosiddette madri costituenti, all’assemblea costituente è chiaro nell’articolo 3 della Costituzione, che recita:
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
L’assemblea costituente si occupò inoltre di altri temi importanti per le donne, come la parità tra i coniugi, la tutela della maternità, la parità di salari, le pari opportunità nell’accesso alle professioni tra cui la magistratura, il riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio.

Vorrei vivere in un incubo di David Lynch. #betweentwoworlds
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