La morte in diretta di Joyce Echaquan e il genocidio delle donne indigene

La storia di Joyce Echaquan, la donna indigena canadese morta in ospedale, è solo l'ultima di tante vicende drammatiche in Canada e Stati Uniti, che mostrano un conflitto ancora irrisolto con il passato colonialista

Quando inizia a trasmettere in diretta su Facebook, mentre si trova in ospedale per forti dolori allo stomaco, Joyce Echaquan ancora non sa che quello sarà il suo ultimo giorno di vita. Ha 37 anni, è madre di sette figli e appartiene alla comunità Manawan in Québec. Nel video, diventato poi virale, spiega nella sua lingua madre di essere preoccupata per il trattamento ricevuto, mentre due persone dello staff  le urlano di tacere, dicendole che se fosse morta sarebbe stato meglio per tutti.

“Hai fatto delle scelte sbagliate, mia cara”, si sente dire in sottofondo un membro del personale dell’ospedale. “Cosa penseranno i tuoi figli vedendoti così?” e ancora “Sei buona solo a far sesso”. Più tardi quello stesso giorno, il 28 settembre 2020, Joyce Echaquan muore. Tutta colpa di una dose troppo elevata di morfina, somministrata contro la sua volontà, mentre tenta di spiegare che è allergica.

Joyce Echaquan

La morte della donna, membro della nazione indigena Atikamekw, suscita l’indignazione in tutto il Canada, dopo un’estate già rovente di proteste contro diversi atti di razzismo. Carol Dubé, marito di Joyce, si mette subito in viaggio verso la capitale Ottawa per parlare con i funzionari federali e chiedere giustizia.

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Le reazioni dei cittadini indigeni

Fonte: Native Womens Wilderness

Il Time racconta di una situazione delicata, persino per il civilissimo Canada. Il primo ministro Justin Trudeau l’ha definita la “peggiore forma di razzismo”, mentre François Legault, il premier del Québec, ha chiesto scusa alla famiglia di Joyce Echaquan, ma ha negato che il razzismo sistemico sia un problema nella provincia.

Non la pensano allo stesso modo i circa 1,6 milioni di cittadini indigeni del Canada che per anni hanno ascoltato le scuse, senza veder mai un vero cambiamento. A finire sotto accusa è soprattutto il sistema sanitario: secondo una ricerca del 2015, il razzismo sarebbe alla causa di condizioni di salute peggiori per i canadesi indigeni. Nel 2018, le donne indigene di tutto il paese si sono fatte avanti con storie di sterilizzazione forzata.

La scomparsa delle donne indigene

Fonte: Native Womens Wilderness

Oltre ai casi di cattiva sanità, molti attivisti si stanno muovendo da anni per far conoscere un’altra situazione drammatica. Le uccisioni e le sparizioni diffuse di donne e ragazze indigene in Canada costituiscono un “genocidio basato sulla razza” che ha provocato almeno 4.000 vittime negli ultimi 30 anni. La crisi non è limitata al Canada: le donne e le ragazze indigene negli Stati Uniti devono affrontare tassi di omicidi stimati fino a 10 volte superiori alla media nazionale e non esiste un database federale completo che rintraccia i casi relativi all’epidemia.

Secondo quanto raccontato da Amnesty International, che si è fatta portavoce di chi non viene ascoltato, “se sei una donna o una ragazza indigena in Canada, indipendentemente dal fatto che vivi in una riserva o in un’area urbana, indipendentemente dalla tua età o condizione socio-economica, il semplice fatto che sei una donna o una ragazza indigena significa che hai almeno 3 volte più probabilità di subire violenza e almeno 6 volte più probabilità di essere uccisa rispetto a qualsiasi altra donna o ragazza in Canada”.

La violenza verso le donne indigene è frutto degli stereotipi razzisti e sessisti, ma anche della sicurezza dei violenti di poterla fare franca. A ciò si aggiungono gli effetti di un colonialismo mai veramente superato, con le comunità indigene costrette a vivere nelle aree peggiori, con scuole non all’altezza e poche possibilità di beneficiare dei diritti di tutti gli altri canadesi.

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No more stolen sisters

Fonte: Facebook / Riding for MMIW

Il movimento No More Stolen Sisters è nato proprio per ispirare e far sentire la voce delle donne native americane. Creato dai fondatori delle associazioni Native Womens Wilderness e Indigenous Women Hike, che promuovono uno stile di vita rispettoso della natura e dei territori sacri per le comunità indigene, è diventato un hashtag popolare sui social media, ma non solo.

Portando amuleti con piante sacre per la loro tradizione e sventolando bandiere rosse, l’anno scorso centinaia di motociclisti sono scesi in strada sulle loro due ruote in tutto il Nord America, tra Canada, Stati Uniti e Messico, per attirare l’attenzione pubblica sulla scomparsa di migliaia di donne indigene. La loro battaglia continua, perché la violenza non è solo nelle riserve, è dappertutto: è nei quartieri, nelle scuole, nei posti di lavoro e negli ospedali.

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