"Ricordate il mio nome" l'appello dal carcere di Najmeh Amini, condannata a morte per blasfemia

Le organizzazioni internazionali denunciano la situazione in cui la 23enne sarebbe costretta in carcere. Rischia la pena di morte per un presunto insulto al profeta.

Ha solo 23 anni, Najmeh Amini, ma rischia oltre 12 anni di reclusione e, in procedimento separato, è stata condannata a morte; attualmente detenuta nel carcere di Vakilabad, a Mashhad, in Iran, Amini è accusata di blasfemia per un insulto al profeta, e le organizzazioni per i diritti umani stanno denunciando in questi giorni le gravi violazioni delle garanzie processuali a cui la ragazza, studentessa di contabilità, sarebbe stata espota, chiedendo un intervento internazionale.

Prigioniera nel reparto femminile del carcere che si trova nel nord-est dell’Iran, la sua storia ha inevitabilmente riacceso le preoccupazioni per il ricorso alla pena capitale nei confronti di manifestanti e attivisti civili nel Paese. Secondo quanto riferito dal Guardian e dalle organizzazioni per i diritti umani, Amini è stata condannata a morte con l’accusa di sab ol-nabi, espressione persiana che indica l’insulto al profeta. In un procedimento distinto ha ricevuto una pena di 12 anni, sei mesi e un giorno di reclusione per accuse legate alla sicurezza nazionale e alla propaganda contro il regime.

La vicenda è stata al centro di un appello audio diffuso dal carcere il 18 settembre 2026, nel quale la giovane ha chiesto alle Nazioni Unite, agli avvocati e alle organizzazioni per i diritti umani di esaminare il suo caso e di intervenire.

L’arresto e i mesi di detenzione

Secondo le informazioni diffuse da fonti vicine alla detenuta e da organizzazioni per i diritti umani, Amini è stata arrestata il 31 gennaio 2026 nei pressi del bazar Ferdowsi di Mashhad. Durante l’arresto sarebbe stata picchiata dalle forze di sicurezza.

Dopo il fermo, sarebbe stata trasferita nel reparto di massima sicurezza del carcere di Vakilabad, dove avrebbe trascorso quasi tre mesi in isolamento. Le fonti denunciano inoltre una prolungata incertezza sulla sua posizione giudiziaria e amministrativa, durata complessivamente circa otto mesi.

Nel corso della detenzione, le autorità avrebbero formulato diverse accuse nei suoi confronti: moharebeh, ovvero inimicizia contro Dio; collaborazione con uno Stato ostile, identificato in Israele; insulto al profeta e alla Guida suprema; e scontri con membri delle forze di sicurezza e del personale statale.

Le accuse di moharebeh e sab ol-nabi possono comportare la pena capitale nell’ordinamento iraniano. La loro applicazione, soprattutto nei procedimenti che coinvolgono manifestanti e dissidenti, è oggetto di critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani.

La condanna a morte e le accuse di violazioni processuali

Secondo quanto dichiarato dalla stessa Amini nella registrazione audio diffusa dal carcere, la condanna a morte è stata pronunciata il 16 settembre 2026 dalla Sezione 6 del Tribunale rivoluzionario, con una decisione attribuita al giudice Assian.

In un procedimento separato, la studentessa è stata condannata a oltre 12 anni di reclusione. Le fonti che seguono il caso denunciano presunte violazioni del diritto alla difesa: ad Amini sarebbe stato impedito di accedere a un avvocato di sua scelta durante la detenzione e il procedimento giudiziario.

Sono state sollevate anche preoccupazioni per possibili pressioni fisiche e psicologiche durante gli interrogatori e per il rischio che eventuali confessioni estorte possano essere utilizzate in tribunale. Questi elementi, tuttavia, devono essere considerati denunce attribuite alle fonti che seguono il caso e non fatti accertati in via indipendente.

Le contestazioni riguardano garanzie fondamentali previste dal diritto internazionale. L’articolo 9 del Patto internazionale sui diritti civili e politici tutela la libertà personale e vieta la detenzione arbitraria; l’articolo 14 sancisce il diritto a un processo equo e alle garanzie necessarie per preparare la propria difesa; l’articolo 7 vieta la tortura e i trattamenti crudeli, inumani o degradanti.

Anche l’articolo 6, che tutela il diritto alla vita, stabilisce limiti rigorosi all’applicazione della pena di morte. Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha chiarito che le esecuzioni possono riguardare soltanto i «crimini più gravi» e che una condanna capitale pronunciata al termine di un procedimento che viola le garanzie fondamentali può configurare una privazione arbitraria della vita.

L’appello dal carcere: “Voglio solo giustizia”

Nel messaggio audio diffuso il 18 settembre, Amini ha ribadito la propria innocenza e ha chiesto che il suo caso venga esaminato da giuristi, avvocati e organismi internazionali.

“Non sto cercando di fare l’eroina oggi; chiedo solo una cosa: siate la mia voce”, ha dichiarato.

La giovane ha raccontato di avere una famiglia che la aspetta e di vivere con la consapevolezza di rischiare di non poter più tornare a casa. “Sono una ragazza innocente, una giovane persona con tante speranze e sogni. Ho dei genitori che mi aspettano, una famiglia che si sveglia ogni mattina temendo di perdermi”, ha detto.

Nel suo appello ha espresso il timore che la sua storia possa essere dimenticata: «Non voglio che l’ultima traccia di me rimanga in poche righe in un fascicolo”».

Poi si è rivolta direttamente a chi potrebbe ascoltare la registrazione: “Se la mia voce dovesse giungere fuori dal carcere, vi prego di non ascoltarla solo per un istante e poi dimenticarla!”.

Amini ha quindi chiesto un intervento per ottenere un esame del procedimento e la possibilità di difendersi: “Persone, io voglio solo giustizia e la possibilità di difendermi. Chiedo ad avvocati, giuristi, attivisti per i diritti umani e a chiunque ascolti la voce delle persone innocenti di esaminare il mio caso”.

Nel finale, la studentessa ha rivolto un appello alle organizzazioni internazionali e agli organismi competenti delle Nazioni Unite, chiedendo di indagare sulla sua situazione e di seguirne gli sviluppi.

“Ricordate il mio nome; potrei non essere più in grado di parlare – ha concluso – Ma finché sarò in vita, nutro una sola speranza: che prima che la corda segni la fine della mia vita, io possa vedere il mio Iran prospero e libero”.

Le richieste di intervento internazionale

Il caso di Amini si inserisce nel quadro delle preoccupazioni internazionali per la repressione delle proteste in Iran e per il ricorso alle condanne capitali nei confronti di persone accusate di reati contro la sicurezza dello Stato o di natura religiosa.

Secondo l’agenzia di stampa Hrana, affiliata all’organizzazione Human Rights Activists in Iran (HRAI), durante le proteste di gennaio si sarebbero verificati migliaia di morti e oltre 50mila arresti. Si tratta di cifre attribuite all’organizzazione, che richiedono una valutazione alla luce delle informazioni disponibili e delle difficoltà di verifica indipendente nel Paese.

Le organizzazioni per i diritti umani chiedono che le accuse a carico di Amini siano esaminate nel rispetto delle garanzie internazionali, che venga assicurato il diritto a una difesa effettiva e che siano indagate le denunce relative al trattamento subito durante la detenzione.

La vicenda della ventitreenne pone così nuovamente al centro il tema della tutela del diritto alla vita, della libertà personale e del diritto a un processo equo per chi viene arrestato nell’ambito di proteste o attività considerate ostili dalle autorità iraniane.

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