Ragazzi che uccidono: i tanti volti del male - INTERVISTA A BARBARA FABBRONI

La psicoterapeuta e criminologa interviene dopo i recenti fatti di cronaca che hanno avuto per protagonisti i giovanissimi, spesso neppure maggiorenni.

Giacomo Bongiorni a Massa nella notte tra l’11 il 12 aprile scorso, Bakari Sako a Taranto neanche un mese dopo, il 9 maggio; ad accomunare questi due omicidi, compiuti con una efferatezza e una brutalità fuori dal comune, il fatto che il gruppo dei killer fosse composto da giovanissimi, anche da ragazzi non ancora maggiorenni; uno almeno, nel caso del 47enne ucciso in piazza Palma a Massa, quattro in quello del bracciante agricolo trucidato in Puglia poche settimane più tardi.

Al netto di chi, in maniera molto semplicistica, potrebbe dire che questi due casi di cronaca nera, nerissima, ci restituiscono il quadro di una gioventù allo sbando, fuori controllo e senza possibilità di recupero, val la pena sottolineare che di ragazzi che uccidono la storia ce ne ha posti di fronte diversi, più volte e per ragioni differenti; da Pietro Maso, che nel 1991, con gli amici, ha giustiziato i genitori appena 19enne per questioni di eredità, fino a Erika De Nardo, che con il fidanzato dell’epoca, anch’egli minorenne, ha persino avuto il sangue freddo di ordire un piano per depistare le indagini sulla morte terribile della madre Susy Cassini e del fratellino Gianluca De Nardo.

Dietro i giovanissimi che diventano assassini non ci sono sempre storie di emarginazione, di famiglie difficili e di discriminazione; è vero però che esistono dinamiche complesse, che spesso intrecciano fattori diversi, sociali, mentali, educativi, personali, che rendono difficile anche solo ipotizzare di fornire un quadro di un potenziale “baby killer”.

Di queste dinamiche abbiamo voluto parlare con la dottoressa Barbara Fabbroni, giornalista, psicologa, psicoterapeuta, criminologa, scrittrice, volto noto televisivo e speaker radiofonica, che nella sua carriera ha affrontato i casi più attuali del panorama della cronaca nera, dei cold case, dei delitti efferati, dei femminicidi, dal caso Garlasco, fino a Nada Cella, passando per la strage di Erba fino all’omicidio di Yara Gambirasio.

“I giovani, purtroppo, hanno sempre ucciso – spiega Fabbroni – La storia ci restituisce volti e nomi che non abbiamo dimenticato – Pietro Maso, Erika De Nardo – casi in cui emergevano motivazioni riconoscibili, architetture psicologiche che maturavano nel tempo, conflitti che lentamente trovavano una forma. C’era, per quanto distorta, una narrativa interna.

Quello che oggi osserviamo è qualcosa di diverso, e forse più inquietante proprio per questo: la violenza impulsiva, dove il tempo tra l’emozione e l’azione si è quasi azzerato. Una lite, un’umiliazione percepita, un rifiuto porta a un passaggio all’estremo in un battito di ciglia. La sproporzione tra il movente e l’esito è abissale.

Come scriveva Daniel Goleman in Intelligenza Emotiva: ‘Quando le emozioni sopravanzano la ragione, l’individuo è in balia di se stesso’. Non è che i giovani di oggi siano più violenti. Sono, in molti casi, meno allenati a stare dentro il dolore, a tollerare la frustrazione, ad attraversare il conflitto senza dissolversi in esso”.

 Secondo i dati del Servizio Analisi Criminale (Criminalpol) e delle relazioni per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026, negli ultimi 12 mesi gli omicidi commessi da minori in Italia sono aumentati di oltre il 150%, passando da 14 a 35 casi e arrivando a rappresentare circa il 12% del totale: sono dati che devono necessariamente accendere un campanello d’allarme, ma qual è la prima cosa da cui partire? Lei parla di ruolo dei social, di cultura della rabbia e di lacune educative nelle istituzioni che dovrebbero occuparsi di questo, a partire, naturalmente, dalla famiglia. Da chi e da dove partire, quindi?

“La prima tentazione, di fronte a queste tragedie, è trovare un colpevole unico. La famiglia. I social. La scuola. Ma la realtà è che nessuno di questi attori, da solo, può spiegare – né assolvere – un fenomeno così complesso.

Ciò che manca, spesso, è l’alfabeto emotivo. Molti ragazzi sanno usare perfettamente ogni funzione di uno smartphone, ma non sanno dare un nome alla rabbia che li abita, non riconoscono la gelosia quando li brucia, non distinguono la vergogna dall’odio verso sé stessi.

La famiglia resta il primo laboratorio emotivo della vita – ma non può essere lasciata sola. La scuola dovrebbe diventare un presidio di prevenzione psicologica, non solo un luogo di trasmissione del sapere. Le istituzioni dovrebbero investire nei servizi territoriali come si investe nella sicurezza: perché la sicurezza vera si costruisce prima, non dopo.

Come sosteneva Winnicott: ‘Non esiste qualcosa come un bambino: esiste un bambino e qualcuno’. Il problema non è reprimere la violenza quando esplode, è costruire anticorpi prima che si manifesti”.

Non a caso lei parla di acting out alla base, spesso, degli omicidi compiuti da giovanissimi, ovvero di azione che sostituisce il pensiero. Ci vuole spiegare meglio questa tesi?

“Immaginate un giovane che porta dentro di sé una rabbia enorme: fatta di umiliazioni accumulate, rifiuti, solitudine. Quella rabbia non trova parole, non trova uno spazio mentale in cui essere pensata, elaborata, trasformata. E allora trova qualcosa d’altro: trova un gesto.

Questo si chiama acting out: il comportamento come surrogato del pensiero. Il soggetto non pensa l’emozione: la agisce.

Wilfred Bion parlava della capacità di ‘contenere’ le emozioni proprie e altrui come di una funzione fondamentale dello sviluppo psichico. Quando questa capacità non si sviluppa, o viene sopraffatta, ‘il pensiero si interrompe e resta l’impulso’. E quando quell’impulso incontra una rabbia intensa, il rischio di comportamenti estremi cresce in modo esponenziale. Non ogni omicidio giovanile è un acting out, ma in molti casi, ciò che troviamo non è un piano: è un crollo”.

Quale genere di distinzione sente di poter fare tra la strage di Paderno Dugnano, ad esempio, e le recenti tragedie di Massa e di Taranto?

“Sarebbe un errore trattarli come variazioni dello stesso tema. Pur nella prudenza dovuta a vicende ancora aperte sul piano giudiziario, possiamo dire che parlano linguaggi diversi. Il caso di Paderno Dugnano ha una complessità psicologica peculiare: una strage familiare che richiede di indagare in profondità la struttura della personalità, la storia relazionale, il funzionamento mentale dell’autore. È un universo chiuso, con le sue leggi interne, spesso imperscrutabili dall’esterno.

Le tragedie di Massa e Taranto sembrano, invece, collocarsi nel territorio della conflittualità giovanile: violenza relazionale, gestione impulsiva delle emozioni, dinamiche di gruppo. Un territorio più visibile, forse più prevenibile.

Come ricordava Cesare Lombroso – pur nei limiti del suo approccio storico – ‘non esiste il crimine, esistono i crimini’, e ogni caso chiede la propria chiave di lettura”.

Inutile dire che non sempre provenire da buone famiglie (o il contrario) significhi non diventare un assassino in giovane età; ci sono però differenze rilevanti che attengono ai fattori sociali o culturali, al luogo in cui si nasce?

“I fattori sociali e culturali incidono, certamente, ma attenzione ai determinismi: non esiste una correlazione automatica tra povertà e criminalità, né un’immunità garantita dal benessere economico. La cronaca ci ha mostrato autori di omicidi provenienti da quartieri difficili e da villette con giardino.

Quello che fa la differenza non è il reddito. È la qualità del legame sociale. È essere visti, ascoltati, riconosciuti.

Come insegnava Bowlby con la teoria dell’attaccamento, un bambino che sperimenta relazioni sicure sviluppa una base emotiva su cui costruire la propria capacità di regolazione. Un giovane che cresce nell’isolamento affettivo – indipendentemente dal ceto – è un giovane che impara a stare al mondo senza mappa.

Più che dove si nasce, conta con chi si cresce. E quanto quel ‘con chi’ sia davvero presente”.

E proprio perché non sempre la famiglia è il luogo da cui proviene l’inclinazione a delinquere, quali altri campanelli d’allarme ci possono far sospettare?

“Non esiste un indicatore infallibile. Ma esistono segnali che gridano – a volte sottovoce – e che meritano ascolto.

Tra i principali: l’incapacità persistente di tollerare frustrazioni e rifiuti; scoppi di rabbia sproporzionati; l’assenza di empatia verso la sofferenza altrui; il pensiero ossessivo di vendetta; la fascinazione per la violenza come soluzione; l’isolamento sociale progressivo; comportamenti aggressivi ripetuti; l’incapacità di assumersi responsabilità; la convinzione ostinata di essere vittima di tutti.

Ma il segnale più preoccupante – e spesso più sottovalutato – è la combinazione tra dolore profondo e silenzio. Come scriveva Viktor Frankl: ‘Tra lo stimolo e la risposta c’è uno spazio. In quello spazio risiede la nostra libertà’. Molti giovani che arrivano a gesti estremi non sono quelli che urlano di più. Sono quelli che hanno smesso di parlare. Quelli che si sono ritirati nel proprio mondo e hanno trasformato il dolore in rabbia silenziosa, finché quella rabbia non ha trovato un’uscita devastante.

Ricordiamoci sempre che quando un ragazzo uccide, non possiamo limitarci a chiederci che cosa abbia fatto. Dobbiamo domandarci che cosa non abbiamo visto prima. La prevenzione non nasce dal controllo, ma dall’ascolto. Perché dietro molti atti di violenza estrema troviamo giovani che non hanno imparato a trasformare il dolore in parole e che alla fine lo hanno trasformato in azione”.

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