"Saltburn", l'invidia sociale prima dei social network dalla regista di "Una donna promettente"

Ancora una storia, a cui la regista Emerald Fennell regala un tocco gotico e grottesco insieme, torna a interrogarci sugli esiti delle diseguaglianze sociali: a quali patti si è disposti a scendere per avere accesso a qualcuno dei privilegi dei pochi ricchissimi che esistono al mondo?

Emerald Fennell, nel suo nuovo film (intitolato appunto Saltburn, dal nome della tenuta di campagna dei Catton), porta sul grande schermo una storia di lotta di classe giocata tra la seduzione e il disprezzo.

La regista, però, decide di ambientare la vicenda – di cui non si svelerà nessuno dei tanti colpi di scena – in un anno preciso: il 2006, quando non c’era ancora l’iphone (il primo smartphone arriverà sul mercato nel 2007), né instagram (del 2010) e facebook aveva appena due anni di vita. Porta quindi lo spettatore a un passo dai grandi cambiamenti digitali che avrebbero sconvolto per sempre il nostro modo di essere al mondo.

Aristocratici, stravaganti come l’estrema ricchezza permette di essere, i Catton possono essere avvicinati – e invidiati – solo di persona; non ancora attraverso una finestra aperta sulle loro vita come accadrà da li a poco a celebri miliardari odierni come le Kardashians, i Ferragnez, Paris Hilton e simili; facoltosi privilegiati a favore di stories e reels su cui oggi si riversano fiumi di veleno, oltre che una stupita e incredula fascinazione, figli entrambi di diseguaglianze di censo e di possibilità che appaiono ormai incolmabili.

Con Emerald Fennell siamo lontani dal clima in cui deve muoversi Cash Carraway, la madre single, proletaria, in cerca di casa nella Londra post-Brexit e autrice del più devastante libro degli ultimi anni, La porca miseria (edito da noi da Edizioni Alegre), ma la cesura sempre più netta tra chi nasce ricco e chi nasce povero, con la quasi scomparsa middle class a fare da cuscinetto, nonché da trampolino per un possibile miglioramento della propria condizione sociale, è ritornato a essere uno dei grandi temi su cui cinema, arte e letteratura si interrogano e costruiscono le loro storie; a volte di un realismo annichilente, come nel caso di Carraway, a volte tinte di un risvolto gotico e grottesco, come nel caso di Fennell. Entrambe donne, con buona pace di chi ancora ci vorrebbe relegate ai lavori domestici.

Saltburn
Una scena di “Saltburn” di Emerald Fennell (Courtesy Press Office)

Perché vedere Saltburn

Se la passione rende il pensiero critico poco obiettivo, è indispensabile far da subito un’ammissione: ho un’ammirazione sconfinata per Emerald Fennell. Accurata nella messinscena, dotata di uno spiccato gusto estetico, che la guida in scelte di sicuro effetto visivo, e di un’ironia un po’ sadica capace di portare le sue sceneggiature dove difficilmente ci si aspetterebbe, è un’autrice che regala film crudeli e deliziosi insieme, conditi con quel tocco – e accento – british ineguagliabile.

E si fa amare, Emerald Fennell, anche per il modo sensuale ma pieno di rispetto, scevro da pruderie di sorta con cui porta sul grande schermo le scene di sesso, la nudità e il desiderio (compreso un amplesso disperato, così memore di un altro celebre amplesso – altrettanto disperato nel suo non essere detto – lasciato supporre da Emily Brontë in Cime tempestose).

Ha spiegato nelle note di regia: «Volevo fare un film sull’amore. Più specificamente, il tipo di amore per le locuste, per la terra bruciata, per i cannibali che provi a una certa età. È l’età in cui finalmente diventi adulto, in cui ti stai creando, in cui puoi ESSERE qualcuno, o speri di esserlo. L’identità fluttuante, il desiderio spesso non consumato, la sensazione di diventare un’altra persona, di voler prendere il sopravvento ed essere dominati è davvero al centro della tradizione gotica. Con Saltburn, volevo realizzare un romanzo gotico moderno (e un horror, dal momento che sono la stessa cosa), esattamente il tipo di gotico country britannico che si trova in The Go Between, Brideshead Revisited e Rebecca. Un luogo dove classe, potere e sesso si scontrano. La casa di campagna britannica è una delle nostre esportazioni culturali più durature e volevo esplorare il nostro feticismo per loro e la relazione sadomasochista con le cose che vogliamo ma non possiamo avere. Trascorriamo la vita guardando gli altri, forse ora più che mai, in uno stato di eccitazione e disprezzo per noi stessi. Voglio osservare quella tensione tra disgusto e desiderio. La parte appiccicosa tra qualcosa che ci fa sentire bene e male, come leccare lo scarico di una vasca».

Saltburn è un film da vedere, quindi, prima di tutto perché è un film di Fennell, che dopo lo strepitoso Una donna promettente, che le era valso un Oscar alla migliore sceneggiatura, non delude (come ci aspetterebbe di solito da un’opera seconda), ma anzi si conferma autrice di livello.

Splendidi gli attori, guidati da Barry Keoghan e Jacob Elordi (che dopo Euphoria vedremo presto di Priscilla di Sofia Coppola), e le attrici, non solo Rosamunde Pike e Alison Oliver ma anche Carey Mulligan a cui la regista ritaglia un gustoso ruolo tragicomico; bella la colonna sonora, capace di riportare in poche note alle atmosfere d’inizio nuovo millennio; très chic gli abiti che Sophie Canale ha scelto per il guardaroba dell’aristocratica modella Elspeth Catton, interpretata da Pike, a partire dall’outfit verde chiaro, griffato Valentino, con l’enorme fenice dorata ricamata sul petto indossato con il bolero di taffetas rosso scuro. E perfetta è Saltburn, la favolosa dimora dei Catton curata dalla scenografa Suzie Davies, nel cuore dell’Inghilterra, che sarà il luogo dove si scateneranno perversi giochi di potere, ma da cui si vorrà uscire di certa malavoglia.

Saltburn
Jacob Elordi è Felix in “Saltburn” (Courtesy Press Office)

Scheda del film di Emerald Fennell

Saltburn è scritto, diretto e prodotto da Emerald Fennell (regista vincitrice del premio Oscar per la sceneggiatura originale di Promising Young Woman). Presentato in anteprima al Telluride Film Festival e al BFI London Film Festival, il film è passato nella sezione Grand Public della Festa del Cinema di Roma 2023 (o Rome Film fest).

La trama, rigorosamente senza spoiler: Oliver Quick (Barry Keoghan) non trova il suo posto all’Università di Oxford fin quando non incontra l’affascinante e aristocratico Felix Catton (Jacob Elordi). Invitato a Saltburn, la tenuta della sua eccentrica famiglia, vivrà un’estate che non potrà dimenticare.

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