Le donne senza figli sono sfruttate sul lavoro. Ma nessuno ne parla

Ci si aspetta che le donne senza figli offrano una disponibilità illimitata sul lavoro: che siano loro a sobbarcarsi i turni del weekend o gli orari incompatibili con le necessità famigliari delle colleghe madri. E, quando non lo fanno, sono stigmatizzate come egoiste. Ma posto che il sacrificio richiesto alle donne childfree è una forma di discriminazione che ha basi culturali precise, non sono loro a dover sopperire all'insufficienza delle politiche di maternità del mondo del lavoro.

Chi scrive è madre: è un dato privato e irrilevante, in linea di massima. Scelgo qui di avanzarlo perché quanto segue non venga scambiato per lo sfogo soggettivo di una donna senza figli: non lo è.
Le donne senza figli sono sfruttate sul lavoro: è un dato di fatto, che affonda le sue radici in pregiudizi culturali e sociali, e contribuisce ad alimentare le tensioni nell’eterna contrapposizione tra madri e non.
Mai come ora il dibattito sulla necessità di superare questa sciocca dicotomia che divide tra donne con figli e donne senza è acceso; finalmente anche in Italia. Ma la realtà è che mancano i presupposti politici e, di nuovo, culturali per compiere l’impresa.

La penalizzazione che colpisce le donne sul lavoro quando diventano madri è una piaga endemica ben visibile (ma non per questo vicina a risoluzione), nonché fulcro del quinto dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite: quello dedicato alla Gender Equality.
La discriminazione che affligge le donne senza figli nello svolgimento della loro professione, invece, resta nascosta e per lo più taciuta.

La questione, se possibile, è diventata ancor più invisibile da quando si è aperta la parentesi della pandemia, a ogni evidenza non solo emergenziale. L’emorragia di forza lavoro femminile con figli, verificatasi per sopperire alla chiusura di scuole e asili, è stata talmente grave da attrarre a sé ogni attenzione. In un certo senso, alla crisi da Covid-19 va riconosciuto il fatto, pur senza merito alcuno, di aver posto in modo inequivocabile il problema della discriminazione di genere tra genitori in ambito professionale: al punto che governi e aziende si può dire siano stati ‘costretti’ ad adottare soluzioni straordinarie, e normalizzarne altre (smart working in testa), per tentare di far fronte a una situazione esplosa in tutta la sua insostenibilità, oltre che ingiustizia.

Avanti così, insomma. È importante mantenere alta l’attenzione su temi quali i congedi parentali o il maternal gap! Ma in tutto questo, dove sono le lavoratrici senza figli? Come stavano prima e cosa ne è stato di loro, dall’esordio della pandemia a oggi?

Donne senza figli e lavoro: tre tipi di discriminazione

Le donne senza figli impiegate nel mondo del lavoro pagano lo scotto di un pregiudizio che le vuole in una situazione lavorativa privilegiata rispetto alle loro coetanee madri, ma che è falso; almeno sotto tre punti di vista.
Il primo, a onor del vero, è abbastanza evidente.

Penalità 1. Comunque potenzialmente madri

Le donne senza figli in età fertile possono diventare madri. Un’affermazione lapalissiana, forse, ma la potenzialità riproduttiva stessa della donna, a prescindere dalla sua volontà, è un fattore discriminante e da tenere sotto controllo per molte imprese.
A parità di curricula le aziende preferiscono un candidato maschio. Lo confermano vari studi che, a dirla tutta, mostrano anche uno sbilanciamento maggiore per cui, statistiche alla mano, meglio un candidato un po’ meno profilato che una candidata molto competente.

Possiamo invocare la meritocrazia o appellarci all’art. 27 del decreto legislativo n. 198/2006 noto come “Codice delle Pari Opportunità”, ma la realtà è quella recentemente delineata dal report EY-SWG, Parità di genere & leadership al femminile: a più della metà delle donne tra i 30 e i 50 anni è stato chiesto, in sede di colloquio di lavoro, se volessero o meno avere figli. È illegale, certo, ma vai a dimostrare che la domanda ti è stata posta!

Non basta scegliere di rispondere, fosse anche un no sincero o propedeutico all’ottenimento del posto di lavoro; posto che è profondamente sbagliato trovarsi nella condizione: anche in assenza di domande non consentite, resta la potenzialità riproduttiva. La donna seduta di fronte al datore di lavoro, insomma, non è mai solo una risorsa.
Il fatto che una donna non voglia avere figli, quindi, non migliora la sua posizione professionale: la scelta childfree, che si scontra con lo stigma sociale e la retorica materna del ‘vedrai che cambi idea’ o ‘poi te ne penti’, non vale come garanzia; e la condizione childless, del resto, può in alcuni casi essere ‘risolta’ con soluzioni di maternità alternative.
In ogni caso, la donna che non ha e/o non vuole figli subisce un motherood penalty preventivo, quando si tratta di assunzioni, contratti, ma anche di avanzamenti di carriera, stipendi e altri benefit.

La discriminazione, in questo caso, è di genere: la condividono alla pari tutte le donne. Ma vi sono altre forme che colpiscono le intenzioni o le condizioni riproduttive, e colpiscono in via esclusiva le lavoratrici senza figli.

Penalità 2. Il diverso valore del tempo delle donne con o senza figli

Anni fa, a seguito di un articolo dal titolo “Non sei mamma, non puoi capire”, in redazione arrivarono molti messaggi: uno, in particolare, poneva l’accento sul tema dello sfruttamento cui sono sottoposte le donne senza figli sul lavoro, sia da parte dei superiori o titolari delle aziende, sia da parte delle colleghe madri. Con il permesso della lettrice che ce lo aveva inviato, lo pubblicammo:

Perché il tempo di una donna senza figli vale meno di quello di una madre?

La questione è quanto mai attuale e, di nuovo, la congiuntura pandemica ci ha messo del suo.
Lo scorso settembre, sul New York Times è stato pubblicato l’articolo Parents Got More Time Off. Then the Backlash Started, in cui i giornalisti Daisuke Wakabayashi e Sheera Frenkel davano conto della ‘faida’ sorta tra dipendenti con e senza figli all’interno di alcune Big Tech della Silicon Valley. Quest’ultime erano considerate colpevoli o meritevoli (dipende dai punti di vista!) di aver adottato politiche pandemiche riservate a lavoratori e lavoratrici con prole a carico, cui erano stati concessi permessi e tempo libero extra, o accordati bonus vincolati (ora solo per i non genitori) al raggiungimento di obiettivi o scatti di anzianità.

La diatriba è presto degenerata in una contrapposizione tra madri e non, per il semplice fatto che oltre l’80% del lavoro di cura cosiddetto non retribuito (quindi casa, figli, etc.) è a carico delle donne e, quindi, a godere di questi benefit sono state soprattutto le madri lavoratrici. Quanto alla dipendenti senza figli che protestavano per l’ingiustizia, i social hanno rapidamente emesso sentenza di egoismo. Ma è davvero così?

Secondo Laszlo Bock non ci sono dubbi: pur ammettendo che è un periodo difficile per tutte e tutti, l’ex capo delle risorse umane di Google, ha dichiarato al Times che “arrabbiarsi al punto da dire ‘Sento che questo è ingiusto’ dimostra una mancanza di pazienza, una mancanza di empatia e di senso dei diritti”.
Assumere questo punto di vista significa però riconoscere un presupposto fortemente discriminatorio: il tempo libero delle donne senza figli vale meno. Altrimenti la tesi di Bock non tiene. Purtroppo, il pensiero è diffuso. Come scrive la sociologa Amy Blackstone in Childfree by Choice: The Movement Redefining Family and Creating a New Age of Independence: le aziende, i superiori e i colleghi stessi, uomini o donne che siano, si aspettano che una lavoratrice senza figli sia più disponibile a restare fino a tardi al lavoro, ad accollarsi i turni nel weekend, ad adeguarsi alle esigenze delle colleghe vincolate dalle esigenze dei figli.

La questione va oltre l’auspicabile solidarietà tra colleghi e colleghe che si supportano nel momento del bisogno. Si tratta di una vera e propria aspettativa professionale e sociale, che pesa sulle donne senza figli e le stigmatizza come “egoiste” quando rivendicano il valore del loro tempo, o non accettano di subordinarlo od offrirlo in sacrificio a quello delle colleghe madri.

L’assunto di questa pretesa è un preciso giudizio di valore sulla vita privata delle donne senza figli: si dà per scontato abbiano molto libero e, soprattutto, che qualsiasi altra attività le occupi oltre quella professionale valga meno dei doveri di cura che, ci si aspetta, occupino le ore extra lavorative delle madri. È parere comune, insomma, che le persone senza figli, specie se donne, non abbiano in qualche modo diritto a bilanciare lavoro e vita privata: perché di fatto non viene riconosciuto il valore della loro vita privata. 

Penalità 3. Il pregiudizio della donna egoista e/o carrierista

Alla donna che non ha figli si chiede una devozione totale al lavoro, e una disponibilità illimitata. Ad agire, in questo caso, è l’equazione per cui si ritiene che una donna che non vuole figli sia, per forza di cose, una carrierista, votata al lavoro, e quindi disposta e addirittura desiderosa di essere spremuta per la causa professionale.

Il tema è antico. Si chiede alle donne di giustificare il fatto di non avere figli: cos’hanno o cosa intendono fare di altrettanto importante da giustificarne l’assenza? La questione all’uomo non si pone, mai.

Non è un caso che la rappresentazione della donna senza figli abbia riempito schermi televisivi e cinematografici di una folta schiera di personagge acide o party harder, ma sempre carrieriste, votate alla realizzazione professionale e maschilizzate, nel loro essere disposte a tutto, per tentare la scalata al successo.
La morale di queste narrazioni, del resto, è quasi sempre educativa: la donna egoista e carrierista si rende conto della frivolezza e dell’inutilità della sua vita e, quando le va bene, ha il tempo per riscoprire i “valori che contano” e ripensarsi madre. Se non lo fa, tanto vale che passi la vita lavorando, tappando i buchi delle colleghe madri che, al contrario, subiscono lo stigma di donne prive di ambizioni.

Madri e non: una questione di giustizia sociale

Le politiche lavorative sono un riflesso della Storia e della politica istituzionale, in cui le donne sono presenti (quando ci sono!) solo come madri e mogli.
E solo come madri e mogli le politiche del lavoro e, a monte, le leggi si occupano delle donne, che sono ‘normate’ e tutelate in relazione, e comunque in subordinazione, a figli o mariti (tramite l’istituzione matrimoniale, in quest’ultimo caso).

Al di fuori di queste garanzie, è invece del tutto assente la figura politica della donna senza figli e, quindi, un pensiero legislativo che ne tuteli i suoi diritti. Né sembra prospettarsi all’orizzonte nulla di simile, anzi. In tutto il mondo le politiche sulla salute riproduttiva femminile sono minacciate o letteralmente sostituite con dittature sanitarie pro-vita, che negano l’autodeterminazione delle donne e ne mettono a repentaglio la vita stessa.

Complice lo spauracchio della crisi demografica, tocca prendere atto che le politiche paritarie tutte –  nazionali, comunitarie ed extra europee -, tendono a ridurre il genere femminile in età fertile al ruolo di madre e a operare nell’ottica di incentivi o supporto alla riproduzione. Grandi assenti dalla scena socio-economica nazionale e internazionale, le donne senza figli pagano cioè lo scotto di appartenere a una categoria politicamente pericolosa e mal vista, quindi da disincentivare.

In questo panorama l’ingiustizia è duplice:

  • agisce sulle donne con figli, discriminate sul lavoro e candidate alla ‘povertà di genere’ (soprattutto in età pensionabile) nonostante la retorica pro natalista che le celebra;
  • stigmatizza e schiaccia le donne senza figli, cui manca persino l’empatia dell’opinione pubblica e delle loro pari con prole al seguito.

L’opposizione archetipica tra donna-madre e donna-senza figli, in tutto ciò, agisce al solito come arma di distrazione di massa e strategia per dividere, e quindi controllare, l’unica maggioranza discriminata nella storia dell’essere umano.

Chiedere alle lavoratrici senza figli di farsi carico delle esigenze delle colleghe con figli, distoglie l’attenzione dalla necessità di un ripensamento del mondo del lavoro al di fuori della logica capitalista del sacrificio, che delega l’accesso a diritti basilari di alcune persone (tra cui le madri) allo sfruttamento di altre (tra cui le donne childfree).
Si alimenta, cioè, uno scontro tra scelte di vita, invece di pretendere politiche di lavoro basate su uguaglianza, equità e inclusività, quindi strutturate per garantire, come da Costituzione, la dignità e la realizzazione dell’essere umano, a prescindere da tutte le altre variabili.
Nell’applicare politiche sull’orario flessibile, di smart working o altri benefit, le aziende dovrebbero agire senza neppure porsi la questione del genere o dello stato riproduttivo della o del dipendente.
In questo senso Anne-Marie Slaughter in Unfinished Business scrive: “Il tipo di flessibilità di cui abbiamo bisogno non stigmatizza né sfrutta”.
Tradotto: abbiamo bisogno di un modello lavorativo che rifiuti quello capitalistico, l’unico modello in cui finora abbiamo lavorato.
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