Se "il femminicidio non esiste", Vannacci ci spieghi le 14 donne uccise da mariti, ex e pretendenti da inizio anno

Lo ha affermato il presidente del neonato Futuro Nazionale; eppure, lo scorso dicembre è stata approvata una legge specifica per regolarlo e punirlo.

L’ha resa nota, chiara e tonda, la sua posizione sul femminicidio, l’ex generale Roberto Vannacci ora reinventatosi leader politico, che dal palco della Conciliazione dove ha presentato il neonato Futuro Nazionale ha bollato come “un’assurdità” il reato di femminicidio, introdotto lo scorso anno con l’articolo 577 – bis del Codice Penale; “È un omicidio come tutti gli altri” ha asserito Vannacci, aggiungendo “Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”.

Il femminicidio non esiste, così si potrebbe sintetizzare l’opinione del neo presidente di Futuro Nazionale che, nei giorni scorsi, ha già rilasciato dichiarazioni che prestano il fianco, forse in maniera meticolosamente studiata, a far insorgere polemiche; come quelle sui diritti degli omosessuali che, come affermato nella trasmissione Otto e mezzo di Lilly Gruber, “se vanno in ospedale vengono curati, se vanno per la strada possono tranquillamente guidare, se vanno a scuola gli insegnano”.

Da quando la figura dell’ex comandante della Folgore è emersa sulla scena politica italiana, nel 2023, con l’uscita del libro Il mondo al contrario, non è sempre stato facile capire quanto di provocatorio e studiato ci sia nelle sue dichiarazioni, certamente spesso fuori dalle righe; ma le recenti affermazioni sul femminicidio necessitano di un approfondimento e di una riflessione in più, alla luce della tanta confusione che ancora aleggia sul tema, complice spesso anche una narrativa approssimativa e banalizzante di una certa parte di stampa, che nel tentativo di fornire una cronaca sempre “sul pezzo” incappa di frequente nel grossolano errore di buttare nel calderone tutto, anche ciò che, per sua stessa definizione, femminicidio non è.

Contribuendo in questo modo a validare una tesi come quella proposta da Vannacci dall’auditorium romano, che tuttavia non tiene conto di elementi imprescindibili nell’analisi e nella valutazione dei femminicidi.

In primis, proprio per dissiparare ogni dubbio sulla natura “diversa” del femminicidio, val la pena ricordare quale sia la sua definizione, data dalla legge approvata sul tema nel dicembre 2025.

Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali è punito con la pena dell’ergastolo.

Non parliamo, dunque, di un omicidio in senso generico, ovvero del “delitto di chi sopprime una o più vite umane” (Treccani); la differenza fra i due, lapalissiana eppure ancora così fortemente incompresa, sta nelle modalità e nelle motivazioni di esecuzione, non nella gravità, e a farla sono proprio quelle parole, “la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna”.

Perché, se è  vero  che in entrambi i casi si sopprimono delle vite, il femminicidio avviene con la ragione specifica (ed è qua che sta tutta la differenza) di affermare un rapporto di forza/potere, dove una parte – quella della vittima – è inevitabilmente posta e considerata al livello più basso del rapporto stesso. Che è esattamente tutto il contrario di ciò che afferma Vannacci quando asserisce che non considerare i femminicidi diversi dagli omicidi sia “la vera parità”.

È proprio in ragione di quella disparità atavica, culturale, che ha regolato per secoli le società umane, che il femminicidio avviene e prospera; sia che lo squilibrio di potere si manifesti nel contesto di una separazione non accettata, che per avances respinte, che, come avvenuto in uno dei casi diventati tristemente più famosi, quello di Giulia Tramontano, per un’infedeltà scoperta e contestata dalla donna.

Dall’inizio del 2026 sono 14 le donne uccise per femminicidio: l’ultima al momento in cui sto scrivendo, Alessandra Bruno, di 49 anni. In più della metà dei casi (8) a uccidere le vittime sono stati i mariti. Spesso, e in maniera del tutto irrilevante, la cronaca assume un atteggiamento quasi voyeuristico sui femminicidi, insistendo con ossessiva meticolosità su quelli che ritiene essere i “moventi”: liti domestiche continue, divorzi non accettati, fino ad arrivare a quello che, fino a poco tempo fa, era il “movente per antonomasia”: il delitto passionale, accompagnato spesso da termini come “raptus”, “gelosia”, “troppo amore”.

Storture  narrative che – e qui colleghi e colleghe dovrebbero fare un approfondito esame di coscienza – hanno contribuito ad alimentare una sorta di romanticizzazione di qualcosa che di romantico, perdonate la brutalità, non ha proprio nulla.

Perché, se ringraziando il Cielo sembra essersi esaurito quel filone che, nella cronaca, riconduceva tutto al “troppo amore”, è vero che, al netto del singolo movente di ciascun femminicidio (divorzio, liti, tradimenti), ce n’è uno universale,  che li accomuna tutti, ovvero il desiderio di una parte di affermare ed esercitare il proprio controllo sull’altra, così come storicamente è sempre stato, complici anche leggi come quella sul matrimonio riparatore o il delitto d’onore, eliminati dal nostro ordinamento in un tempo troppo recente perché possano essere classificati come veri e propri orrori legislativi.

Casomai non fossero sufficienti questi esempi a chiarire come la natura normativa del nostro Paese sia stata spesso influenzata dal patriarcato – inteso come prevaricazione di un genere sull’altro, e tendente al “maschiocentrismo”, si potrebbe citare anche la legge, tuttora in vigore, sul “divieto temporaneo di nuove nozze”, una norma del Codice Civile – all’articolo 89 – che prevede, in alcuni casi, che una donna debba aspettare 300 giorni prima di potersi risposare dopo divorzio o annullamento del matrimonio, al fine di evitare dubbi sulla paternità di un eventuale figlio concepito nel matrimonio precedente (“turbatio sanguinis”).

Tornando ai femminicidi, è lo stesso Ministero dell’Interno, Dipartimento di Pubblica Sicurezza – direzione centrale della Polizia Criminale ad aver previsto due paragrafi distinti nel rapporto presentato dal Servizio di Analisi Criminale riferito ai primi tre mesi del 2026 e al biennio 2023-2025 per gli omicidi volontari e i femminicidi.

Fonte: Ministero dell’Interno

Badate bene, e questo è un necessario chiarimento, alla luce del caos ideologico che ancora governa la tematica: non tutte le donne sono vittime di femminicidio, e non si esclude che, fra gli omicidi, possano esserci vittime donne: quelle uccise durante una rapina, ad esempio, oppure in incidenti stradali, o ancora quelle uccise nell’ambito familiare ma con tipologie di rapporto diverse (ad esempio madre/figlio, sorella/fratello, zia/nipote). Ma donne come Federica Torzullo, Daniela Zinnanti, Patrizia Lamanuzzi sono state uccise, come un tempo si usava dire, in maniera forse fin troppo semplicistica, “per il loro genere”.

In quanto donne, per parafrasare la definizione Treccani di femminicidio, non più disposte a sottostare a rapporti impari o divenute improvvisamente troppo “autonome” in quelle dinamiche familiari in cui, seppur sotto un’apparente parità, albergano invece paradigmi socioculturali fin troppo normalizzati e interiorizzati.

Il già citato Treccani definisce il femminicidio come

tutte le forme di violenza contro la donna in quanto donna, praticate attraverso diverse condotte misogine (maltrattamenti, abusi sessuali, violenza fisica o psicologica), che possono culminare nell’omicidio. Questo tipo di violenza affonda le sue radici nel maschilismo e nella cultura della discriminazione e della sottomissione femminile: le donne che si ribellano al ruolo sociale loro imposto dal marito, dal padre, dal fidanzato vengono maltrattate o uccise.

Aggiungendo poi, alla definizione, il concetto più ampio di genercide, che colpisce luoghi del mondo come la Cina, con il suo ferreo programma di controllo delle nascite e della politica del figlio unico che, già dagli anni ’70, ha represso una quota spropositata della popolazione femminile tramite aborto, abbandono o omicidio di neonate, o molte zone di Africa e Asia, dove la sperequazione demografica fra uomini e donne è già stata argomento di dibattito, ad esempio, per il premio Nobel per l’economica 1998 Amartya Sen, il quale ha sottolineato come il diverso accesso all’assistenza sanitaria, alimentare, alla prevenzione medica e all’istruzione sia la base per spiegare la cifra delle “donne mancanti” all’appello in queste aree del mondo.

Non è quindi la gravità di un delitto a venire valutata e, per questo, a venire in un certo qual modo “premiata” dalla cronaca; pare un discorso abbastanza scontato e populista affermare che uccidere sia sempre grave, indipendentemente dal colore della pelle (anche se, pure in questo caso, occorrerebbe aprire un discorso di altro tipo, ma non è questo il luogo), dalla religione o dal genere. Ciò che rende il femminicidio un fenomeno sociale a sé stante, che necessita di una legge ad hoc per essere analizzato e, di conseguenza, punito, è il costrutto socioculturale che gli sta attorno, lo stesso che molte persone ancora hanno difficoltà a riconoscere, influenzate da bias di genere e e narrazioni distorte del rapporto tra generi che, a lungo, sono state del tutto tollerate e anzi normalizzate.

Essere riconosciute come vittime di femminicidio non è una pretesa politica femminista, né un’affermazione di “eccezionalità” con cui le donne intendono porsi su un piano “altro” rispetto al maschile; è, piuttosto, la richiesta che un fenomeno conclamato e dilagante, le cui radici hanno natura sistemica e culturale, venga riconosciuto e arginato.

La discussione continua nel gruppo privato!
Seguici anche su Google News!