Graziana Orlarey, 52 anni, sarebbe dovuta uscire dal carcere Lo Russo e Cotugno di Torino i primi giorni di agosto, dopo essere stata condannata per aver tentato di strangolare il suo compagno, nel 2019. La donna, però, si è impiccata nella giornata di mercoledì 28 giugno intorno alle 18, come riporta la stampa.

La donna, rinchiusa nel padiglione femminile del carcere, avrebbe usato una maglietta come cappio, usando lo sgabello della sua cella per arrivare alle sbarre della finestra del piccolo bagno. Graziana Orlarey ha sfruttato un momento durante il quale si trovava da sola in cella, durante l’ora di socialità delle detenute. A trovare il corpo è stata la sua compagna di cella, che ha subito allertato la vigilanza.

La notizia della sua morte è stata resa nota dall’Osapp, il sindacato di polizia penitenziaria.

Orlarey era stata condannata a 4 anni e dieci mesi, ma aveva ottenuto un anno di liberazione anticipata per il suo buon comportamento. “Nell’ultimo periodo la sua situazione di fragilità era conosciuta ed era per questo supportata anche a livello farmacologico”, ha detto il suo avvocato Mattia Fió, come riporta Repubblica. “Aveva esternato le sue paure di uscire dal carcere e approcciare una nuova vita fuori sia a me che alle due figlie. Durante il processo era emersa la sua storia difficile”.

Il suo avvocato ha spiegato del travagliato rapporto di Graziana Orlarey con il compagno, delle violenze e minacce reciproche, per le quali nel processo la donna aveva ottenuto “tutte le attenuanti”.

La donna, infatti, veniva da un rapporto di maltrattamenti e forti litigi con il compagno, caratterizzato inoltre dall’abuso di alcol e droga, durato 8 anni, che l’ha portata a tentare di strangolarlo, in un gesto estremo, nel 2019. In quell’occasione, peraltro, era stata proprio lei ad allertare le forze dell’ordine spiegando cosa aveva intenzione di fare.

La garante Monica Gallo ha aggiunto alla stampa che la donna era aiutata e supportata da educatori e dalla rete di servizi, da cui “non era stata dimenticata”, e che si stava anche tentando di trovare per lei l’adeguato supporto psicologico, abitativo e lavorativo per il suo reinserimento in società, una volta uscita dal carcere. “Purtroppo però non so quanto lei si sia resa conto di questo, certamente la paura di non riuscire a ricomporre un’esistenza dignitosa in questa sua fragilità l’ha spaventata”, ha aggiunto Gallo.

È ormai da tempo che i sindacati del comparto sicurezza della polizia penitenziaria denunciano “la gravissima carenza di organico, le gravi criticità e le continue aggressioni che si ripetono quotidianamente nel carcere di Torino“, situazione che fa temere anche per la sicurezza degli stessi detenuti.

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