“È normale o gay?“: la domanda di Katia Ricciarelli e come stiamo (ancora) messi

Katia Ricciarelli dirà che era una boutade, che ha tanti amici gay... Invece di farne bersaglio, oggetto di scherno o baluardo del benaltrismo, qualcuno per favore le dica che per cambiare le cose, bisogna cambiare! Pensieri, parole, programmi, sistema, tutto: per cambiare, bisogna cambiare! Qualcuno dira: che sciocchezza, è scontato. Non lo è. Per nessun* di noi.

Nella casa del Grande Fratello Vip entra tale Biagio D’Anelli e Katia Riciarelli, in vena di chiacchiere con le inquiline Soleil Sorge e Manila Nazzaro, chiede: “Ma Biagio è normale o è gay?”.

Apprendo, leggendo qua e là, che Ricciarelli non sarebbe nuova a frasi omofobe e sessiste, ma in assenza di verifica mi atterrò a quest’ultima.
Non conosco, infatti, i precedenti linguistici e discriminatori della soprano, né i motivi che abbiano suscitato il suo interesse rispetto all’orientamento sessuale del nuovo concorrente; mi sfugge anche chi sia quest’ultimo, a essere sincera, né mi interessa diradare questi dubbi.Ma non per superficialità giornalistica o per posa, specifico: ma per scelta. Non mi interessa, perché questo contenuto NON ha lo scopo di essere freccia per colpire il singolo bersaglio Ricciarelli, ma ambisce a una breve ma più ampia riflessione.

A questo proposito mi interessano le parole di Katia Ricciarelli. Nel dettaglio:

La domanda: “È normale o no?”.
E la chiosa per cui, è ragionevole pensare, la diretta interessata (e non solo) rivendicherà lo stato di innocua boutade, ironia:

Spero di no, perché se no si perdono tutti gli uomini per strada qua.

Sotto questo video, in cui è possibile ascoltare lo spezzone della conversazione tra le tre concorrenti, un’utente scrive una doppia verità:

Diranno che appartiene ad un’altra generazione e adotta un altro registro linguistico senza voler ferire nessuno, la pezza è già pronta.

È vero, è ragionevole pensare che la pezza sarà questa, nelle varianti che vanno dal non si può più dire niente, all’è una brava persona e lo ha detto in buona fede senza cattiveria. Certo verranno tirati in ballo amici gay e lo stesso Signorini potrebbe decidere, come già fatto, di difendere la scelta linguistica perché pronunciata in un contesto di chiacchiera leggera, in cui non è difficile credere al fatto che Ricciarelli non volesse né offendere. Perché questa è la seconda verità plausibile, nonché il problema stesso.
Di sicuro, manca a lei come a molti della sua generazione (ma anche di quelle successive), la consapevolezza dell’omofobia introiettata, culturale e sociale in cui viviamo e di cui, spesso, siamo parte attiva anche senza saperlo, anche senza rendercene conto, anche senza volerlo.

Questa è una scusante? No, non lo è più.
Non almeno per chi della comunicazione, dello spettacolo e della cultura ha fatto o fa mestiere. Fosse anche quello di farsi spiare h24 in una casa.
La maggior parte di noi ha genitori o nonni, parenti o conoscenti che perpetuano linguaggi e retro pensieri discriminatori propri della cultura di appartenenza, senza alcuna volontà di nuocere ma, al tempo stesso, senza comprenderne la violenza e, quindi, sentire la necessità di cambiare.
Ma, se possiamo comprendere la persona anziana priva di mezzi culturali, che replica le dinamiche di un mondo passato perché incapace di coglierne ingiustizia e alternative, questo non può e non dovrebbe accadere in un prodotto culturale e/o televisivo.
Che ci piaccia è no, questo aggettivo così altisonante e potenzialmente ricco di opportunità – culturale – si applica anche al GF Vip in quanto programma che contribuisce a veicolare contenuti e valori. Quali, dipende dal programma.

Alfonso Signorini, NOI non siamo contrari e contrarie all'aborto. Noi chi, poi?

La TV è stata un potente mezzo di educazione e unione in un’Italia analfabeta e divisa. Potrebbe in parte continuare a esserlo, anche se in ottica gregaria ad altri mezzi più contemporanei, in un’Italia ancora divisa e analfabeta, soprattutto a livello emozionale e culturale. Invece sceglie di non farlo.

A Ricciarelli, come già Leali e altri personaggi passati sotto l’occhio del big brother nostrano, va chiesto di prendersi la responsabilità delle parole pronunciate, perché la soprano non è in questo contesto un’anziana signora di un’altra epoca, anacronistica a questo tempo (e non per età, s’intenda!), ma una persona che fa o vuole fare spettacolo nel 2021, ormai quasi 2022.
Sia anche chiaro che non è (mai!) una questione di età. Altrimenti non esisterebbero persone anziane capaci di linguaggi inclusivi, né giovani incapaci degli stessi: e invece abbondano gli esempi da entrambe le parti.

Detto questo la responsabilità va cercata e pretesa soprattutto a monte: nel Grande Fratello e, più in generale, in un sistema di intrattenimento, informazione e cultura che seleziona accuratamente i propri giocatori per gli Hunger Games in base a requisiti precisi, finalizzati a garantire lo spettacolo, il reciproco massacro e il massacro mediatico. Per poi dire che non si può più dire niente a difesa della nuova pedina di turno, assoldata sotto mentite spoglie di protagonista dello show; o, in alternativa, saltarle alla giugulare insieme al tribunale mediatico: a seconda di quello che serve per l’audience.

Si fa tutto quello che serve, insomma, per confondere le acque. Così che, mentre siamo impegnate e impegnati a scegliere la prossima persona da mettere sul banco degli imputati, il sistema possa continuare a fare ciò che serve a tenerlo in vita: non cambiare.

Lo sappiamo, Katia Ricciarelli dirà che era una boutade, che ha tanti amici gay… Invece di farne bersaglio, oggetto di scherno o baluardo del benaltrismo, qualcuno per favore le dica che per cambiare le cose, bisogna cambiare!
Pensieri, parole, programmi, sistema, tutto: per cambiare, bisogna cambiare!
Qualcuno dira: che sciocchezza, è scontato. Non lo è.
Per nessun* di noi.

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