Molestie: perché non ha senso continuare a difendere il "buon nome" degli alpini

Gli alpini sono un corpo militare da un forte valore storico? Sì? Hanno fatto molte iniziative benefiche? Sì. Questo significa che un alpino non potrebbe mai molestare una donna?

Con l’ufficializzazione della prima denuncia contro ignoti a seguito dell’adunata degli alpini di Rimini dello scorso weekend, i discorsi hanno preso, quantomeno in via ufficiale, una piega diversa.

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Se prima infatti si chiedevano a gran voce le “prove” delle presunte molestie che centinaia di ragazze avevano raccontato, accusandole quindi indirettamente, ma nemmeno troppo, di essere bugiarde, ora persino Sebastiano Favero, presidente nazionale dell’Associazione alpini, parlando al Corriere ha chiesto scusa e ha dichiarato:

“Faremo di tutto, insieme alle forze dell’ordine, per individuare i responsabili. E se sono appartenenti alla nostra associazione, prenderemo provvedimenti molto forti”.

Al di sotto delle comunicazioni ufficiali, il dibattito non si è però arrestato, spaccando in due gli schieramenti.
Da un lato le “femministe” che non sono più in grado di ricevere i complimenti (l’assessora per le pari opportunità del Veneto Elena Donazzan ha detto loro di vergognarsi e ha aggiunto: “se mi fischiano dietro e sono bella io sono pure contenta”); dall’altro i difensori integerrimi del corpo degli alpini, titolo che a quanto pare fornisce un’aura di intoccabilità che nemmeno l’infallibilità papale potrebbe concedere.

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Quello che mi rammarica è però constatare quanto sia povera la logica di chi vorrebbe sminuire i casi di molestia aggrappandosi al valore storico degli alpini. Che insomma, ce lo dicevano alle elementari che non si possono sommare mele e pere, perché allora mettiamo insieme cose che non c’entrano nulla una con l’altra?

Gli alpini sono un corpo militare da un forte valore storico? Sì? Hanno fatto molte iniziative benefiche? Sì. Questo significa che un alpino non potrebbe mai molestare una donna?

Per Favero è così, (“chi si è comportato in quel modo non è un vero alpino” ha detto) ma al di là dell’aspetto morale, a livello pratico se uno è alpino è alpino e perciò no: un alpino potrebbe essere anche un molestatore, a dispetto delle “5,4 milioni di ore di lavoro volontario per l’emergenza Covid” che Favero non ha mancato di ricordare. Perché gli esseri umani non sono mai “totalmente buoni” o “totalmente cattivi”. Siamo complessi.

Una banalità che però sfugge a tantissime persone, le quali, nel disperato tentativo di difendere il buon nome degli alpini, si esibisce in orrori di sessismo, razzismo e un pizzico di omofobia che il “buon nome” lo fanno letteralmente a pezzi.

Da vedere questa lettera aperta indirizzata a Selvaggia Lucarelli:

Ma in fondo se nemmeno il caso Cucchi ha potuto mettere in chiaro che non bastano una divisa o un cappello in testa per rendere automaticamente una persona una “brava” persona, in effetti c’è poca speranza.

Per rendere questa triste vicenda (ripetitiva calcolando che le stesse cose erano già capitate a Milano e a Trento) un pochino costruttiva, bisognerebbe però capire che non è una questione di “alpini buoni” o “alpini cattivi”. Come fanno notare alcuni difensori, molestie del genere accadono anche in molte altre occasioni.

Ed è vero, e sono le occasioni in cui guarda caso ci sono uomini, magari alterati dall’alcol, rinvigoriti dalla forza del branco, legittimati da una presunta causa comune, che mettono in pratica secoli di indottrinamento che prevede sia “normale” approcciare una donna con una molestia. Occorre quindi superare la questione del “buon nome” degli alpini e scavare più a fondo.

E se non capiamo che il problema è il molestatore e non il cappello (vero o presunto) che indossa, se non capiamo che il problema sono chi quel molestatore lo difende, legittima e tollera, alla prossima adunata, alla prossima partita, alla prossima festa, continueranno a esserci donne molestate da un lato e persone che non crederanno loro dall’altro. Anche basta.

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