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Stupro Firenze: "Portava le mutandine?" e le domande che colpevolizzano le donne

La 27esima ora del Corriere della Sera pubblica alcuni stralci dell'interrogatorio alle studentesse americane che hanno accusato due Carabinieri di Firenze di stupro e dai quali emergono alcuni passaggi choc.

Furono fatte domande per certi aspetti molto simili negli anni Settanta, nel “Processo per stupro (A Trial for Rape)”, purtroppo reale, che la RAI mandò in onda il 22 aprile 1979.

Da allora sono passati 39 anni. Non sembra, leggendo gli stralci dei verbali riportati da La 27esimaora del Corriere della Sera dell’interrogatorio a cui sono state sottoposte le due studentesse americane, 20 e 21 anni, che hanno denunciato di essere state stuprate da due Carabinieri a Firenze.

È una storia vecchia come il mondo, che porta il peso di millenni e parte con Eva che tenta Adamo, tortura e brucia sul rogo le streghe che celebrano il demonio, evira i genitali femminili per privare le donne dal peccato del piacere, le allontana perché impure quando mestruate e le porta – questo il progresso, questa la parità tra i sessi – sul banco degli imputati al posto degli uomini che hanno denunciato di violenza, per capire se in via eccezionale si possa davvero escludere che la colpa non sia loro, suggerendo che l’eventualità, se non impossibile, è comunque remota.

Successe a Franca Rame, rapita e violentata da cinque militanti neofascisti, il 9 marzo 1973, per punire le sue scelte politiche e l’amore per il “rosso” Dario Fo; successe ad altre donne che, come riportò nel suo monologo teatrale Lo stupro, interrogate da medici, poliziotti e avvocati difensori degli uomini che accusavano si sentirono chiedere:

Durante l’aggressione lei ha provato solo disgusto o anche un certo piacere una inconscia soddisfazione?
[…]
Non s’è sentita lusingata […]?
[…]
È rimasta sempre passiva o ad un certo punto ha partecipato?
[…] Si è sentita eccitata? Coinvolta?
[…] Si è sentita umida?
[…] Lei ha goduto?
[…] Ha raggiunto l’orgasmo?
[…] Se sì, quante volte?

Successe quando Donatella Colasanti, sopravvissuta a quei bravi ragazzi del Circeo, salì di fatto al banco degli imputati durante il processo ai suoi aguzzini e negli anni a venire, mentre a uno di loro, Angelo Izzo, fu permesso di uccidere ancora.

Successe, appunto, a Fiorella, la lavoratrice in nero di 18 anni che l’avvocato Tina Lagostena Bassi difese in quel processo, che fu documentato dalla RAI e seguito negli anni Settanta da tre milioni di telespettatori.

Fiorella fu sequestrata da Rocco Vallone e altri 3 uomini e stuprata per un pomeriggio intero. Al momento dell’arresto i quattro confessarono, salvo poi ritrattare tutto e sostenere, in istruttoria, che il rapporto era stato pattuito con la ragazza per un compenso di 200.000 lire.

L’avvocato Angelo Palmieri lo disse:

Se questa ragazza si fosse stata a casa, se l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente.

Lo disse dopo aver detto:

Che cosa avete voluto? La parità dei diritti. Avete cominciato a scimmiottare l’uomo. Voi portavate la veste, perché avete voluto mettere i pantaloni? Avete cominciato con il dire «Abbiamo parità di diritto, perché io alle 9 di sera debbo stare a casa, mentre mio marito il mio fidanzato mio cugino mio fratello mio nonno mio bisnonno vanno in giro?» Vi siete messe voi in questa situazione. E allora ognuno purtroppo raccoglie i frutti che ha seminato.

L’avvocato Angelo Zeppieri pronunciò parole inaudite:

Guardateli in concreto. Qui si tratta di una ragazza, senza offesa, perché signori miei, io non ho una cattiva opinione affatto delle prostitute […] qui si tratta di una ragazza che ha degli amanti a pagamento. […]
Signori miei, una violenza carnale con fellatio può essere interrotta con un morsetto. L’atto è incompatibile con l’ipotesi di una violenza. Tutti e quattro avrebbero incautamente abbandonato nella bocca della loro vittima il membro, parte che per antonomasia viene definita delicata dell’uomo. E su cui, mi si consenta, il coito orale si compie con una funzione che è tecnicamente qualificata, e che esprime una serie di atti voluti. Eh sì mi posso abbandonare, ma io lì non mi abbandono, sono io che posseggo. Lì il possesso è stato esercitato dalla ragazza sui maschi, dalla femmina sui maschi. È lei che prende, è lei che è parte attiva, sono loro passivi, inermi, abbandonati, nelle fauci avide di costei!

Succede, magari in modo diverso, ma ancora, in Italia, nel 2018.
Premesso che quelli riportati dalla giornalista Antonella Mollica sono stralci di un discorso molto più ampio, è difficile non ripensare ad altre tristi pagine della cronaca italiana che riguarda i processi per stupro.

I difensori dei due militari hanno sottoposto le due ragazze americane – si legge – a 12 ore e 22 minuti di interrogatorio: un tempo estenuante, in cui le due studentesse sono state interrogate nell’aula bunker, separate dai legali. 250 i quesiti presentanti per ogni ragazza, ma il giudice, unico tramite tra le due parti, ne ha ammesse molte meno.

Nella sintesi dell’interrogatorio riportato dalla giornalista del Corriere della Sera, prima il giudice Mario Profeta spiega come funziona l’udienza:

Verrete ascoltate oggi e poi non sarete più disturbate, se si farà il processo quello che verrà detto oggi varrà come prova. La legge non consente che le testimoni vengano offese, non sono consentite domande che attengono alla sfera personale, che offendono e che ledono il rispetto della persona.

Seguono poi una serie di domande, cui il giudice più volte si oppone, molte non le ammette.
Tra queste si trovano anche questi passaggi:

Avvocato Cristina Menichetti (difensore del carabiniere Marco Camuffo): «Lei trova affascinanti, sexy gli uomini che indossano una divisa?». Giudice: «Inammissibile, le abitudini personali, gli orientamenti sessuali non possono essere oggetto di deposizione».

Avvocato: «Lei indossava solo i pantaloni quella sera? Aveva la biancheria intima?». Domanda non ammessa.

Avvocato Giorgio Carta (difensore del carabiniere Pietro Costa):
«In casa avevate bevande alcoliche? Lei ha bevuto dopo che i carabinieri sono andati via?». (L’avvocato cita nuovamente in modo esplicito la presunta violenza sessuale, ndr).
Giudice: «Non l’ammetto, non torno indietro di 50 anni».

Avvocato: «Alla sua amica hanno sequestrato tutti i vestiti compresi slip e salvaslip, voglio capire se lei ha nascosto qualche indumento alla polizia». Domanda non ammessa.
Giudice: «Si fanno insinuazioni antipatiche, perché si dovrebbe nascondere alla polizia degli indumenti?».
Avvocato: «Penso che qualcuno abbia finto un reato, io non voglio sapere come lei circola, con o meno gli indumenti, voglio sapere se ha dato tutto alla polizia».
Giudice: «Ricorda il momento in cui le hanno sequestrato gli indumenti?».
Ragazza: «No».
Avvocato: «Io non ci credo che non lo ricorda».
Giudice: «Non possiamo fare la macchina della verità».

Avvocato della ragazza: «Giudice, vorrei sapere a che punto siamo delle 250 domande annunciate dall’avvocato».
Giudice: «Se sono come le ultime sono irrilevanti, andiamo avanti. Se stiamo cercando la spettacolarizzazione avete sbagliato canale».

Avvocato: «È la prima volta che è stata violentata in vita sua?». Domanda non ammessa.

Avvocato: «È stata arrestata dalla polizia negli Stati Uniti? Ha precedenti penali?».
Giudice: «Domanda non ammessa. Non si può screditare un teste sul piano della reputazione, lo si può fare sul contenuto delle dichiarazioni. Se un teste non è una persona sincera lo dobbiamo rilevare dal contenuto delle dichiarazioni».

Avvocato: «Ha mai visitato un negozio di divise a Firenze?».
Giudice: «Ma che ci interessa! Non è rilevante!».

Avvocato: «Ha scambiato il numero di telefono con il carabiniere quella sera? Ha promesso a un militare di rivedervi nei giorni successivi? Prima che le venisse sequestrato il telefono ha cancellato una telefonata?».

Avvocato: «Non le è sembrato strano che i carabinieri accompagnassero a casa le persone?». Domanda non ammessa.
Avvocato: «Il carabiniere si è accorto che lei era ubriaca?».
Giudice: «Non va bene avvocato, stiamo chiedendo a una persona ubriaca, affermazione senza offesa visto che l’ha detto lei, se avesse la capacità di rendersi conto del suo interlocutore».

Avvocato: «Ha mai detto al carabiniere che non avrebbe voluto fare sesso con lui?». Domanda non ammessa e riformulata.
Ragazza: «Dopo che lui ha tirato giù il top volevo che smettesse». Avvocato: «Il carabiniere ha insistito per avere contatti con lei? Ha insistito silenziosamente, con gesti e parole, perché uno insiste a un no…».
Giudice: «Ha manifestato questo non gradimento con comportamenti espliciti?».
Ragazza: «No, non avevo forza nel mio corpo».
Giudice: «E con questa risposta non accetto più domande così invadenti».
Avvocato: «Perché dobbiamo privarci di scoprire la verità, la ragazza muore dalla voglia di dire la verità, sentiamola se è salita a piedi…».
Giudice: «Che ironia fuori luogo, ora sta andando oltre il consentito. C’è una persona che secondo l’accusa ha subito una violazione così sgradevole e lei fa dell’ironia? Io credo che non sia la sede».

Avvocato: «Cosa diceva esattamente la sua amica quando urlava? Erano urla di parole o semplicemente urla di dolore?».
Giudice: «No, fermiamoci qui, il sadismo non è consentito».