Perché quello che vogliono farci ascoltare pre aborto non è il “cuore che batte” del feto

La petizione lanciata dalle associazioni Pro Vita che intende far ascoltare il "battito del cuore" del feto alle donne che intendono abortire ha un problema di fondo: quello che si sente è davvero il "battito del cuore"?

Le associazione Pro Vita esultano per il superamento delle oltre 50 mila firme che, da Costituzione, servono per poter presentare una petizione in Parlamento: l’iniziativa “Un cuore che batte”, promossa dall’associazione Ora et Labora in difesa della Vita ma fatta propria anche dal VI Municipio di Roma – unico a guida centrodestra nella capitale – ha infatti raggiunto le 106 mila firme, ed è stata, come la legge consente, depositata alla Camera dei deputati dalle 50 associazioni che l’hanno sostenuta, tra cui, oltre a piccole realtà locali, figurano Pro Vita e Famiglia, CitizenGo, Verità e Vita, Generazione Voglio Vivere.

La petizione, il cui successo è stato definito sul sito dell’iniziativa un “risultato meraviglioso che ci colma di gioia e gratitudine” apporterebbe modifiche all’articolo 14 della legge 194, quello che regola le procedure per l’interruzione di gravidanza, aggiungendo questa dicitura:

Il medico che effettua la visita che precede l’interruzione volontaria di gravidanza ai sensi della presente legge è obbligato a far vedere, tramite esami strumentali, alla donna intenzionata ad abortire, il nascituro che porta nel grembo e a farle ascoltare il battito cardiaco dello stesso.

Allo stato attuale delle cose l’articolo citato recita invece:

Il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione
delle nascite nonché a renderla partecipe dei procedimenti abortivi, che devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna.

Quanto proposto dai Pro Vita italiani sostanzialmente ricalca le iniziative già prese in alcuni stati degli USA o in Ungheria, dove l’imposizione di far ascoltare il battito del feto alle donne che vogliono abortire è legge da diverso tempo. Petizioni di questo genere, naturalmente, tendono a far leva sul senso di colpa delle donne che intendono porre fire a una gravidanza non voluta per farle desistere ed eliminare sostanzialmente l’aborto, tuttavia quasi nessuno, di fronte a iniziative provocatorie di questo genere, si pone una domanda fondamentale: quello che viene fatto ascoltare durante le visite di controllo, e che verrebbe fatto ascoltare quindi a una ipotetica donna in procinto di abortire, può essere realmente considerato il battito del cuore del feto?

Al netto delle considerazioni di tipo etico, morale, religioso, c’è infatti ciò che dice che la scienza, che rimane la cosa primaria da tenere in considerazione in quanto non fondata su astrazioni, ma su studi concreti; e la scienza afferma, come si può leggere sul British Medical Journal, che

Nella fase iniziale della gravidanza – quando si verifica la maggior parte degli aborti – i feti non hanno ancora un cuore funzionante.

Il suono del “battito cardiaco” è semplicemente generato dal monitor a ultrasuoni per rappresentare gli impulsi elettrici dei gruppi di cellule che inviano segnali elettrici, perciò non si tratta di un suono di valvole cardiache, come spiegano più voci del mondo medico, ad esempio la dottoressa Nisha Verma, ostetrica e ginecologa specializzata in aborto che lavora presso l’American College of Obstetricians and Gynecologists, che a Npr ha detto: “Quando uso uno stetoscopio per ascoltare il cuore di un paziente [adulto], il suono che sento è causato dall’apertura e dalla chiusura delle valvole cardiache. Alla sesta settimana di gestazione, quelle valvole non esistono. Lo sfarfallio che vediamo sugli ultrasuoni all’inizio dello sviluppo della gravidanza è in realtà attività elettrica, e il suono che ‘senti’ è effettivamente prodotto dalla macchina ad ultrasuoni”.

“Il termine ‘battito cardiaco fetale’ è piuttosto fuorviante – ha aggiunto la dottoressa Jennifer Kerns, ostetrica e professoressa associata presso l’Università della California – Ciò che stiamo realmente rilevando è un raggruppamento di cellule che sta iniziando un’attività elettrica. Non è rilevata in alcun modo la funzionalità del sistema cardiovascolare o del cuore”.

Anche per questo motivo l’Acog, l’American College of Obstetrician and Gynecologists, punto di riferimento mondiale dei ginecologi, ha più volte ribadito che il termine “battito cardiaco del feto” non è accurato da un punto di vista medico.

A oggi, nel nostro Paese, l’interruzione volontaria di gravidanza può essere effettuata entro i primi 90 giorni di gestazione per motivi di salute, economici, sociali o familiari; dopo questo limite, ovvero tra la 23a e la 25 settimana di amenorrea, si ritiene che il feto possa avere vita autonoma, e la possibilità di aborto si riduce al solo caso definito terapeutico, ovvero quei casi in cui la salute fisica o psichica della donna sia gravemente minacciata o a repentaglio, e anche in questa fattispecie la legge 194 definisce chiaramente i limiti e le circostanze in cui l’interruzione possa e debba essere applicata.

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